FATE QUALCOSA!



I recenti interventi dei professori Michele Germani e Donato Iacobucci sulle colonne del “Corriere Adriatico” a proposito della creazione di un ecosistema capace di sviluppare scale-up, cioè start up ad alto potenziale innovativo e di crescita, mi offre l’occasione per un ragionamento, che mi auguro possa essere condiviso, e per avanzare una proposta.

Come ha messo in evidenza da tempo Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività europea e più di recente nel suo libro “Competere o sparire” (Rizzoli 2026), il futuro del nostro continente è legato alla rapida presa di coscienza che “il mondo di ieri” è finito e che sulla partita delle tecnologie si gioca la possibilità per l’Europa di preservare non solo i livelli di prosperità e benessere raggiunti, ma i valori stessi su cui è stata fondata, in primo luogo la pace.

Siamo in un contesto in cui la concorrenza asiatica, da un lato, e il venir meno di storiche alleanze, dall’altro, stanno mettendo a forte rischio l’economia e lo sviluppo dell’Unione europea, producendo un forte impatto sui territori che finora hanno resistito e dato prova di resilienza.

A questa situazione, che investe a pieno l’Italia e la nostra stessa regione, non possiamo pensare di far fronte con misure puramente difensive, pur attestandoci in ogni vertenza occupazionale a difesa di ogni singolo posto di lavoro. Né, come pure è stato proposto, mettendo dei dazi, di cui saremmo i primi a pagare le conseguenze, essendo quella europea l’economia più aperta al mondo.

Serve - invece - un complesso di iniziative, assunte in maniera forte, tempestiva e coerente, che riguardano vari settori: il mercato unico, il mercato dei capitali, l’energia, le tecnologie, la ricerca scientifica, la sicurezza. Serve, insomma, una politica industriale europea e la capacità di mettere in comune il debito per fare investimenti, ogni anno, dell’ordine di grandezza del Next Generation EU, che ha avuto un respiro di sei anni. Serve, in definitiva, più Europa, una politica federalista e pragmatica e un insieme di azioni per conseguire l’autonomia strategica, investendo nei settori dove si gioca una sfida vitale. Altro che nazionalismo o sovranismo!

È sempre più curioso assistere a Ministri di Governi sovranisti dei diversi Stati membri che si rivolgono all’Europa per chiedere, alternativamente, di fare quel che lo Stato che rappresentano non riesce a fare o di non fare quel che l’Unione prova a fare. La paralisi dell’Europa è figlia delle forze conservatrici, pronte ad attaccarla ogni volta perché non fa o fa troppo poco oppure perché fa troppo. Questa paralisi rischia di essere esiziale per tutti.

La prospettiva - quindi - non può essere quella nazionalistica, in un mondo in cui è aperto un confronto tra politiche imperialistiche (Usa e Cina), né la ricetta economica può essere il protezionismo che storicamente ha prodotto crisi da sovraproduzione e guerre.

La via dell’Europa è stretta, ma può rappresentare un’alternativa se percorsa con intelligenza e determinazione e può lanciare un messaggio al resto del mondo che vede nello scontro imperiale in atto un pericolo e nella subordinazione una prospettiva per niente allettante.

Per dare la misura delle cose possibili, il mancato completamento del mercato unico europeo costa già oggi agli Stati membri dell’Ue dazi del 45% per il settore manifatturiero e del 110% per quello dei servizi, del 64% per i macchinari e del 95% per i metalli, e la rinuncia ad una crescita della produttività del lavoro del 7% nei prossimi sette anni, quando nei precedenti sette è stata appena del 2%. Lo stesso si potrebbe dire del mancato impiego dei risparmi europei, della migrazione di capitali verso aree del mondo a maggior rendimento, come gli Stati Uniti o i paradisi fiscali, dell’inadeguatezza dello strumento degli aiuti di Stato nella nuova fase della competizione internazionale, del mancato sviluppo degli IPCEI (Important Projects of Common European Interest), che potrebbero riguardare anche il settore dell’elettrodomestico, oltre all’automotive, e di imprese realmente europee nei settori più innovativi e ad alto contenuto di crescita, per le quali si potrebbe adottare il cosiddetto “28° regime”.

È a questo livello che si pongono le considerazioni di Germani e Iacobucci, ma servono finanziamenti adeguati e protagonismo territoriale. In un bilancio europeo che le forze conservatrici vorrebbero ridurre, si rischia di non finanziare adeguatamente il Fondo Scale-up Europe, e neppure il programma Horizon Europe, a meno di non concentrarsi su pochissimi progetti, a rischio tra l’altro di essere spezzettati secondo logiche nazionalistiche.

Possono le Marche inserirsi in questa dinamica? Potrebbero farlo se la Regione insieme alle quattro Università battesse un colpo. Se l’esperienza di un ecosistema dell’innovazione come Hamu dimostrasse di aver nel frattempo ben seminato. E se fossimo capaci di costruire una rete influente di relazioni nazionali e internazionali.

Quanto al protagonismo territoriale è convincente quel che sostiene Germani: “Nelle Marche esistono università, incubatori, associazioni, imprese e iniziative pubbliche, ma troppo spesso operano come isole. Mancano una regia stabile, una massa critica di investitori e un collegamento continuo con i migliori attori nazionali”.

Meno quel che sostiene Iacobucci: “Anche volendo immaginare un unico incubatore regionale promosso dai quattro atenei marchigiani, sarebbe difficile individuare una sede che non venisse percepita come penalizzante per altri territori”.

Eppure, quel che sta accadendo nelle Marche non lascia spazio a tante interpretazioni. Il bradisismo che da quasi vent’anni sta interessando la regione ha un epicentro chiaro, il distretto fabrianese, dove l’esigenza di difendere lavoro e industria chiama in causa anche la necessità di reindustrializzare e rilanciare economia e territorio. Stiamo parlando di un distretto le cui difficoltà hanno segnato l’andamento dell’intera economia marchigiana e non solo.

Una realtà nella quale, attualmente, si stanno concentrando le principali vertenze industriali aperte a livello nazionale, fatta eccezione per l’Ilva. Dalla seconda metà del 2024 ad oggi sono ben 676 i posti di lavoro che sono stati messi in discussione, senza contare gli effetti sull’indotto. Nell’intera regione si contano altri ventuno punti di crisi occupazionali per un totale di 285 posti di lavoro, quello che per Fabriano rappresenta la sola vertenza Beko.

Ci sarebbe poco da discutere su dove occorre intervenire e dove concentrare le risorse, se solo si volesse agire. Tra l’altro la corona di Università (Ancona, Camerino, Macerata, Urbino e Perugia) che attorniano la città di Fabriano e l’Area di crisi complessa della ex-Antonio Merloni faciliterebbe anche logisticamente l’investimento su un Hub dell’innovazione che dovrebbe coinvolgere competenze, giovani ricercatori, investitori, imprese, associazioni di categoria, fondazioni e istituzioni con un obbiettivo di valenza regionale e interregionale.

Uno degli articoli del citato libro di Mario Draghi s’intitola: “Fate qualcosa!” È proprio il caso di non aggiungere altro.



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