I GIOVANI E LA CITTA’ APPENNINICA. Una riflessione a partire dal libro di Daniele Salvi di Diana Stefania Cotor
Nelle
ultime settimane Daniele Salvi ha presentato il suo interessante libro "La
Città appenninica.
Cronache dalla ricostruzione" (Il
Lavoro editoriale 2025) a Matelica e poi a Camerino, una raccolta di interventi scritti dall'autore sul
futuro delle cosiddette “aree interne”.
Questo libro mi ha stimolato delle riflessioni sulla mia generazione e sulla necessità di farci sentire, anche perché la politica che si occupa di noi e del nostro futuro spesso non ci ascolta.
Queste
mie parole, quindi, sono frutto proprio di quelle riflessioni che vorrei
condividere, senza l'arroganza di pensare che siano tutte giuste e che le
soluzioni proposte siano le uniche possibili, ma con la viva speranza di
pungolare qualche animo più sensibile e di aprire così un sincero dibattito.
Troppo spesso e da troppo tempo ci si
interroga – con poche reali soluzioni – su quale sia il futuro per le nostre
aree interne. E la parola “futuro”
fa chiaramente rima con “giovani”.
Allora credo che sia il caso di iniziare
a cambiare il punto di vista e di cominciare a guardare con gli occhi delle
generazioni più recenti, di quelle età che non trovano oggi in questi luoghi la
fortuna di una vita da costruire seguendo la propria identità.
Se
prendiamo in considerazione le ragazze e i ragazzi che adesso hanno vent’anni, pensiamo a un lungo elenco di difficoltà: alle scuole medie abbiamo vissuto il terremoto, con la paura e i disagi, poi la lentissima ed estenuante ricostruzione che ha
tolto spazi, voglia e futuro. Abbiamo frequentato le superiori con il Covid,
negli anni della formazione del carattere, della spensieratezza, delle passioni
che nascono. Sono stati anni rubati e siamo cresciuti, quindi, con l’idea che chiudersi in
casa sia più agevole e più semplice del vivere le proprie esperienze fuori, del
popolare le vie del proprio paese e del ritrovarsi per fare nuove conoscenze.
Tanto più è difficile per chi vive nell’entroterra della nostra regione, dove i luoghi di
aggregazione scarseggiano e le opportunità mancano. E allora ci si deve
reinventare, ma non è facile: ogni tanto nasce qualche
centro di aggregazione giovanile, qualche piccolo gruppo che condivide gli
stessi interessi e prova a far fiorire le proprie idee e le proprie passioni.
Fino, però, a
scontrarsi con la realtà: la mancanza di spazi, in luoghi dove la ricostruzione
– che a periodi alterni tanto si sbandiera – sembra sempre un miraggio, una
totale mancanza di pianificazione, probabilmente anche l’assenza di vero interesse nel volgere lo sguardo verso i
giovani da parte delle istituzioni. Sono di Matelica
e conosco bene quella
situazione: l’associazionismo
fa fatica a partire e a ritrovarsi, perché mancano gli spazi e, se non hai le spalle coperte da qualche
privato benefattore, non hai soluzioni per restituire al territorio i tuoi
desideri e i tuoi progetti.
Lo spazio che si riduce alla propria
casa, dicevo. E allora qui subentra un altro fattore problematico, di cui quasi
mai si parla: le famiglie, oramai, sono sempre più spesso comunità allargate composte dai
genitori e dai figli anche adulti, che faticano a crearsi una propria autonomia, perché andare a vivere per conto proprio
vorrebbe dire azzerare le proprie entrate – se ci sono – per la normale
quotidianità della vita, tra affitti, bollette e spese correnti. Questo porta
ad aumentare le difficoltà di costruire una propria indipendenza e, di seguito, una propria
famiglia, porta ad allungare i tempi e ad aumentare l’età media di una popolazione che, di per sé in Italia, è già molto alta. Questa stasi porta a situazioni di
tensione all’interno
dei nuclei familiari,
che non si sentono più nel loro naturale volgere della vita, ma in una lunga fase di costrizione,
dove i genitori diventano un peso per i figli, obbligati a un legame di forza e
non più autentico, che acuisce i problemi a livello psicologico.
E la difficoltà di costruire una famiglia
non è cosa da poco, perché è da lì che parte tutto: la genitorialità mancata
porta a una riduzione dei servizi destinati alla natalità e all’infanzia, con conseguente chiusura dei punti nascita, che nel nostro territorio
ben conosciamo e che sono – e chissà per quanto tempo lo saranno ancora – abile
terreno di scontro politico, all’interno
del quale è facile puntare il dito, ma molto più complesso trovare soluzioni
alternative. E poi la riduzione dei servizi scolastici, la mancanza di fondi
per far funzionare adeguatamente gli asili nido, l’accorpamento delle classi della scuola dell’infanzia e persino
delle scuole stesse tra comuni limitrofi, che vanno a quel punto a perdere
totalmente l’identità
di luogo dove costruire una famiglia e sono, dunque, destinati a un inesorabile
aumento dell’età
media e allo spegnimento di ogni altro servizio e di investimenti sul
territorio.
Reggono le università, sì, per fortuna:
i quattro atenei della nostra regione garantiscono una copertura davvero ampia
degli indirizzi di studio e questo permette a molti di noi di restare nelle
nostre zone a studiare. Sì, ma poi? Finiti gli studi, è difficilissimo accedere
a una carriera lavorativa che rispecchi la propria formazione e i propri
interessi, e spesso si finisce con il trovarsi a un bivio: scegliere di restare
e “accontentarsi” di un lavoro che non è il proprio (e qui
ci perdono tutti, il giovane ma non solo, perché si tratta di gettare al vento una formazione adeguata che
risultati positivi avrebbe potuto portare nell’ambito di riferimento) o scegliere di lasciare queste
terre per restituire alla comunità tutto ciò che lo studio e la conoscenza
hanno prodotto. Perché da noi
mancano quasi del tutto le aziende innovative, manca la ricerca di profili
specializzati o altamente specializzati, mancano i nuovi settori, ma mancano
genericamente anche la cultura del lavoro da casa e della settimana ridotta,
che perlomeno ridurrebbero lo spopolamento, figlio di coloro che trovano
lavoro nelle zone costiere e che potrebbero così restare a vivere qui, anziché trasferirsi per evitare di
spendere tutto lo stipendio per gli spostamenti. E poi manca la stabilità e
spesso anche la possibilità di crescere lavorativamente, per guardare a una
prospettiva di lungo termine. E con il discorso dello smart working penso anche
a tutte le zone che ancora faticano ad avere una connessione rapida, e poi
ancora la fibra, ad esempio, vista come un lontano miraggio in un mondo che
corre interconnesso e che esclude chi non riesce a correre allo stesso passo.
Il terremoto ci ha messi a terra, ma non
possiamo additare a esso tutte le difficoltà delle nostre aree interne: il
lavoro da fare è quello di ripensare accuratamente e seriamente la nostra
conformazione, di puntare sulle eccellenze e sulle peculiarità, di rinnovare la
nostra cultura del lavoro e di adeguarla a questi tempi, Per farlo è necessario far parlare e ascoltare di più i
giovani e le giovani che le difficoltà di questo mondo “diverso” le vivono principalmente e
sulla propria pelle. Servono soluzioni
strutturali e non a spot, serve una politica seria di servizi alle famiglie, come per esempio le rette per gli asili nido e per le mense
scolastiche calmierate. Serve
ripensare il mercato del lavoro che, per chi sceglie di restare nelle aree
interne, deve essere premiante anche dal punto di vista economico.
Soluzioni
semplici, all'apparenza, ma che devono avere la complicità di istituzioni e
apparato produttivo, che purtroppo ad oggi
sembrano interessati ad altro.
Chi resta qui spesso lo fa più per
rassegnazione che per reale volontà. Chi va via lo fa per necessità o per
disperazione, e non per sfizio personale. Nulla di male c’è nello spostarsi e
nel mescolarsi, sia chiaro. Ma, se continuiamo a non considerare i giovani come
arma fondamentale per la costruzione di un nuovo futuro, queste terre saranno
destinate al declino e progressivamente abbandonate, dai servizi e dalle
persone.

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