Che cosa è successo nelle Marche. Una lettura dell'esito elettorale

L’esito delle elezioni regionali marchigiane ha sorpreso per la nettezza del verdetto. Gli otto punti
percentuali tra i due principali sfidanti in una regione la cui storia è legata
alle culture politiche di centrosinistra hanno rappresentato un dato superiore
alle previsioni e alle stesse aspettative degli schieramenti in campo.
Si consolida quella che nel
2020 era apparsa come una protesta che aveva cavalcato gli effetti della
“tempesta perfetta” che aveva investito le Marche (grande crisi, sisma e Covid)
e che nell’arco di cinque anni di governo non ha certo brillato, ma si è
progressivamente rafforzata, sfruttando un quadro politico nazionale e
internazionale che ha visto affermarsi partiti e movimenti di destra.
La nascita nel 2022 del
Governo Meloni ha rappresentato indubbiamente una stampella di non poco conto
per un governo regionale che - tra l’altro - ha potuto gestire, non senza
trarne beneficio in termini di consenso, risorse ingenti e inedite nella storia
del Paese e della Regione.
Sul territorio questi stessi
anni hanno segnato un progressivo avanzamento della destra e delle coalizioni a
trazione Fdi nel governo degli enti locali, fino all’espressione della guida
della sezione regionale dell’Associazione dei Comuni. Infatti, su 24 centri con
popolazione superiore a 15.000 abitanti soltanto 6 sono oggi governati da
coalizioni di centrosinistra. Un dato che, in passato, a parti invertite,
avrebbe già rappresentato un successo del centrodestra.
A fronte dell’affermazione ad
ogni livello delle forze nazionaliste, nelle Marche il campo democratico e
progressista non solo ha ceduto importanti realtà comunali, ma ha vissuto un
travaglio intestino senza precedenti. Basti pensare al Partito Democratico e al
Movimento 5 Stelle, le due principali forze del cosiddetto “campo largo”. La
crisi delle forze di centrosinistra, che è anche crisi delle sue classi
dirigenti, ha proceduto di pari passo con il declino della nostra regione, la
cui accentuata frammentazione economica, sociale e territoriale è stata
interpretata da una destra corporativa, capace di rappresentare le pulsioni di
singoli territori e di presidiare centri di potere grazie anche ad un uso facile
delle risorse pubbliche.
Da questo punto di vista,
quanto è accaduto e sta accadendo nell’area del cratere sismico, sia in termini
di subalternità politica che di reale esercizio dei poteri commissariali,
richiederebbe una riflessione senza veli.
La discesa in campo di Matteo
Ricci, forte del risultato delle elezioni europee del 2024, unico guizzo - insieme alla vittoria nelle città di Fabriano e Jesi - di una
decennale sequela di sconfitte ed emorragia di consensi, tanto da valergli
l’investitura d’amblé a candidato presidente dell’alleanza di tutte le forze di
centrosinistra, è stata inevitabile, rappresentando l’unica carta spendibile a
servizio di una proposta politica fino a quel momento inesistente.
Io credo che sia stata questa
situazione di endemica debolezza, che nel caso del Partito Democratico è stata la
conseguenza di quattro anni di scontri e divisioni, ad aver più di altro
ipotecato l’esito finale. È sbagliato farsi prendere dallo “sconfittismo” o non
vedere che il processo di ricostruzione politica – stante il quadro politico avverso
– richiede tempi non brevi. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non prendere atto
delle responsabilità politiche del recente passato o addirittura pensare di
tornare a ripercorrerle in vista di prossimi appuntamenti destinati ad essere
delle opportunità più fioche per gruppi dirigenti sempre meno rappresentativi.
Spia di questa debolezza, a
cui si è posto argine con le azioni necessarie, ma non sufficienti nel contesto dato, e cioè una alleanza ampia e unita, un programma comune e il
candidato più competitivo, è stata anche una certa mancata padronanza delle
tematiche regionali, che ha portato il centrosinistra a cavalcare ogni critica
possibile al governo regionale più che ad affinare le proprie proposte di
governo.
Da questo punto di vista, il
lavoro serrato svolto sul programma comune della coalizione rappresenta un
patrimonio importante da non disperdere, casomai da sviluppare criticamente. Un
lavoro che avrebbe richiesto una metabolizzazione e un confronto largo che per
ragioni di tempo non è stato possibile fare.
Ad esempio, i temi della
sanità, delle aree interne e del futuro dei giovani connesso all’innovazione
del nostro sistema produttivo e a condizioni di lavoro più dignitose, temi che
sono rimasti sul tappeto post elettorale come priorità da affrontare, sono
stati centrali nel lavoro programmatico, ma non si sono potuti giovare di una
condivisione forte con i soggetti sociali, le comunità e i territori.
Un altro fattore decisivo,
sicuramente del divario elettorale registrato, è stato l’avviso di garanzia
pervenuto al candidato presidente del centrosinistra il primo giorno
dell’ultimo mese di campagna elettorale. Un elemento su cui i media, la stampa
nazionale di destra e non solo quella, così come tutti gli esponenti dello
schieramento avversario hanno attaccato dal primo all’ultimo giorno, riservando
al presidente uscente l’aplomb della falsa indifferenza al tema.
Basterebbe pensare al diverso
trattamento riservato da media e grande stampa ad un indagato per corruzione
come il rieletto presidente della Regione Calabria per capire cosa significhi usare
due pesi e due misure.
Da questo punto di vista,
l’indagine a carico di Ricci non solo lo ha penalizzato nella sua città, ma ha
anche rappresentato il detonatore di un risentimento latente del resto del
territorio della provincia di Pesaro-Urbino nei confronti di una sofferta
centralità pesarese. Una narrazione su cui gli esponenti della destra hanno
avuto gioco facile, potendo contare su un progressivo ed effettivo indebolimento
dei presidi politici e sociali del centrosinistra anche in quel territorio.
Da ultimo, la scelta di Matteo
Ricci di rimanere a fare l’europarlamentare e non il consigliere regionale di
opposizione. Scelta che personalmente non ho condiviso. L’esito elettorale ha
bisogno di non disperdere la fragile ricostruzione politica che da un anno a
questa parte si è cercato di realizzare, anzi di darle dei punti fermi e una
prospettiva. Guardando fin d’ora alle prossime scadenze elettorali del 2026, in
cui città importanti e contendibili come Senigallia e Macerata andranno al
voto, e del 2027 con le elezioni politiche nazionali. Se Matteo Ricci avesse
scelto di rappresentare l’opposizione, organizzarla, avviare una riflessione
vera e profonda sull’esito elettorale, coinvolgendo non solo il Pd ma tutta
l’alleanza, la possibilità che il percorso di ricostruzione continuasse sulla
strada giusta sarebbe stata più alta.
Così non è e bisogna prenderne
atto. Lo stesso Ricci ha comunque confermato di voler contribuire in tal senso.
Non resta che sperare che i prossimi passaggi siano ispirati innanzitutto alla
razionalità politica, al gusto di capire cosa sta accadendo nella nostra
regione e di mettere nuove radici, facendo battaglie politiche, avanzando
letture, interpretazioni e proposte, e soprattutto c’è da sperare che prevalga la
volontà di rinnovare, di aprire porte e finestre e di rimettere la generosità
della buona politica al centro della scena democratica.
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