SE PARLIAMO DI UNIVERSITA’


La proposta di aggregazione delle quattro Università marchigiane, rilanciata ultimamente dal “Corriere Adriatico”, è come un fiume carsico che ogni tanto riemerge. Nulla di nuovo, se non fosse che oggi appare rafforzata da alcuni elementi.

Il primo è il calo demografico che riduce la popolazione scolastica e di conseguenza quella universitaria. L’Italia resta, però, il paese europeo che sforna il minor numero di laureati, di cui una buona percentuale emigra, e se molte famiglie potessero avere una condizione di vita migliore, sicuramente sarebbero di più i giovani iscritti ai nostri atenei. Margini di miglioramento, da questo punto di vista, non mancano.

Il secondo è la prossima fine del PNRR, che lascia intravvedere una nuova fase di vacche magre con risorse importanti che vengono dirottate dal sistema del welfare alle spese per la difesa. Questa nuova fase sui territori viene interpretata con la necessità di razionalizzare ovunque sia possibile, il cui obiettivo di fondo è prettamente economico. Ne sa qualcosa proprio il sistema universitario che ha già subito in questa legislatura tagli molto pesanti.

Il terzo elemento è l’espansione delle università private telematiche, che sono arrivate anche in una regione come le Marche, in cui non se ne sentiva il bisogno proprio per l’abbondanza di atenei. Quindi, seppure la proposta lanciata dal neorettore dell’Università Politecnica sia di per sé genuina, alcuni toni liquidatori usati verso il mondo accademico marchigiano lasciano intendere che da parte di qualcuno si stia cercando di aprire ulteriori spazi a questa espansione.

A tutto questo va aggiunto un ulteriore elemento di contesto, che riguarda il carattere di fondo della nostra regione, per cui una proposta come quella della fusione delle Università finirebbe con un asso pigliatutto a discapito degli altri, producendo di fatto un nuovo centralismo che avrebbe come conseguenza l’indebolimento del sistema che si dice di voler costruire.

Voglio richiamare soltanto la funzione che l’Università di Camerino, la più piccola, di certo non per storia, né per risultati, ha svolto e svolge per un territorio delle Aree interne e, soprattutto, per la ricostruzione delle zone del cratere sismico del 2016. Cosa ne sarebbe stato di quel territorio senza il ruolo che vi ha esercitato l’Università? Pensiamo veramente che una proposta come quella della fusione avrebbe un effetto positivo o addirittura moltiplicatore per un territorio fragile e un piccolo ateneo, o non produrrebbe piuttosto un ulteriore indebolimento dell’uno e dell’altro?

Che fare, quindi? Rimanere come siamo? Certo che no, ma senza vagheggiare scenari utopistici o, peggio, maliziosi. Si può fare e molto per far lavorare insieme le Università delle Marche. La Regione ha un ruolo fondamentale. Nella campagna per le elezioni regionali, ad esempio, si era parlato della possibilità che sotto l’egida della Regione esse avrebbero potuto dare vita ad un Hub tecnologico a supporto della transizione digitale e sostenibile del territorio, che riguardasse non solo il sistema produttivo, ma anche l’organizzazione sociale, consentendo l’impiego di competenze e giovani ricercatori.

La Regione Marche sui temi del cambiamento climatico, della ricerca e dell’innovazione tecnologica, della salute e dei programmi europei potrebbe impegnare le Università in maniera unitaria, anche prevedendo specifiche clausole a valere sui bandi regionali, oltreché nei progetti che l’ente porta avanti. Lo stesso dovrebbero fare le Università quando partecipano a bandi europei che richiedono la costruzione di progetti e partenariati molto qualificati.

La stessa promozione dei quattro Atenei a livello nazionale e internazionale potrebbe avvenire unitariamente, valorizzando le diverse specializzazioni scientifiche, didattiche e formative, insieme all’immagine più complessiva della regione.

Analogamente, si potrebbe fare nella programmazione delle attività di internazionalizzazione degli Atenei, che possono attrarre molti più studenti, ricercatori e talenti di quanto avvenga già ora da molte parti del mondo.

L’attività di placement dei neolaureati potrebbe essere rafforzata fino a seguire i percorsi d’inserimento lavorativo con l’obiettivo di mantenere il più possibile sul territorio i giovani, ma anche – grazie alla rete interuniversitaria – di attrarre laureati e ricercatori da altri atenei nazionali ed esteri.

Insomma, c’è un grande terreno di lavoro comune da arare e se la semina sarà buona i passi successivi non saranno evocazioni ricorrenti o sermoni anticasta. Dopotutto chi conosce la storia di questa regione sa che essa è per sua natura policentrica. “Ut vidimus in Marchia…” diceva il grande Cino da Pistoia della straordinaria proliferazione di studia legis nella nostra regione, ricordando il periodo in cui era giudice collaterale del Governatore della Marca e ricevette nel 1321 a Camerino la delegazione che lo invitava ad andare a insegnare diritto nell’Università di Siena.

Governare il policentrismo, questo è il tema complesso per chi regge le sorti delle Marche. Lo è da sempre, piaccia o no. Che lo si sappia svolgere, poi, è tutta un’altra cosa.


Commenti

Post popolari in questo blog

I GIOVANI E LA CITTA’ APPENNINICA. Una riflessione a partire dal libro di Daniele Salvi di Diana Stefania Cotor

Che cosa è successo nelle Marche. Una lettura dell'esito elettorale

ZES: PARTI UGUALI TRA DISEGUALI? ANCHE NO.