FABRIANO, UN CASO STUDIO
Fabriano è un caso di studio.
Il centro urbano più popoloso dell’entroterra marchigiano, tradizionale polo
del lavoro e dei servizi per un ampio territorio interprovinciale e
interregionale, il luogo d’elezione della grande impresa nella versione
marchigiana, il Comune territorialmente più esteso delle Marche e il 56esimo
tra i circa 7.900 Comuni italiani, ha conosciuto nella sua storia recente una
dinamica economica, sociale e politica che ne fa un vero e proprio caso degno
di analisi.
Nel ripercorrere i tratti
della sua storia recente non risaliremo all’ampia letteratura sullo sviluppo
industriale regionale, il cosiddetto “modello marchigiano”, legato alla figura
del “metalmezzadro”, alla specializzazione produttiva, al paternalismo
imprenditoriale e politico, alle forme di coesione e controllo sociale con
tratti omologanti, che proprio nel fabrianese ha avuto l’espressione più
coerente.
Basterà qui ricordare un
aspetto meno indagato e cioè che la distribuzione territoriale degli
stabilimenti della famiglia Merloni non rispondeva soltanto ad un fattore
economico-produttivo, ma anche ad un’idea di organizzazione territoriale dove
la centralità della fabbrica, connessa alle ragnatele dell’indotto, definiva un
modello di relazioni, di adesione valoriale e di appartenenza anche politica.
Da Arcevia a Comunanza, da
Gaifana ad Osimo, con al centro Fabriano e la costellazione dell’Orsa Maggiore,
quel che era diffuso sul territorio costituiva al contempo una rete di nodi che
rimandavano alla funzione economica, territoriale e politica svolta dalla
famiglia Merloni, e con essa dalla città di Fabriano, che ne celebrava i fasti.
Stiamo parlando dell’ultima idea di organizzazione territoriale dell’entroterra
marchigiano, alla quale non è seguito qualcosa di paragonabile.
La figura di Aristide Merloni
(1897 – 1970) assomma in sé gli aspetti di questa funzione economica,
amministrativo-territoriale e politica: imprenditore, sindaco della città nel
1951 e nel 1956 sindaco e consigliere provinciale, senatore nel 1958, nel 1963
e nel 1968. I tre figli maschi, Francesco, Antonio e Vittorio assolvono alla
stessa funzione in maniera più specialistica, interpretando ciascuno - oltre al
comune aspetto economico-imprenditoriale - una particolare vocazione. Francesco
Merloni (1925 – 2024) è stato imprenditore e politico, consigliere provinciale,
parlamentare per sette legislature e due volte Ministro della Repubblica;
Antonio Merloni (1926 – 2020) è stato imprenditore e amministratore locale,
sindaco della città di Fabriano per 15 anni, dal 1980 al 1995; Vittorio Merloni
(1933 – 2016) è stato imprenditore visionario e dal 1980 al 1984 presidente
nazionale di Confindustria.
Un’evoluzione
industriale emblematica
A partire dagli anni Ottanta
Fabriano ha via via assunto un ruolo di primato economico, territoriale e
politico in ambito regionale e non solo, se consideriamo che le Marche ante
crisi, fino al 2007, sono state una regione che per PIL pro-capite ed export ha
espresso performances al di sopra della media nazionale e di questo virtuosismo
Fabriano è stata ampia parte, grazie proprio al contributo della sua grande
impresa.
A partire dalla metà degli
anni Novanta, tuttavia, la sua traiettoria evolutiva, connessa alle vicende
della grande impresa, sia essa privata che pubblica, ha esplicitato una serie
di casistiche proprie di altri distretti industriali e più in generale del
Paese. Una sorta di microcosmo esemplificativo di una dinamica rappresentativa.
Pensiamo al diverso esito delle esperienze imprenditoriali dei tre fratelli
Merloni.
Il fallimento della Ardo di Antonio
Merloni, nel 2008, primo vero segnale della grande crisi a livello marchigiano,
circa 2500 occupati coinvolti tra diretti e indiretti, diventa l’emblema dell’incapacità
dell’impresa contoterzista di far fronte ai cambiamenti dello scenario globale
e alla competizione dei Paesi emergenti, in presenza di limiti strutturali sul
fronte dei costi, delle tecnologie e della qualità del prodotto. Il lungo
processo di amministrazione straordinaria con l’applicazione della Legge
Marzano (n. 39/2004) per la ristrutturazione industriale di grandi imprese in
stato di insolvenza, i circa dieci anni di ammortizzatori sociali per gestire
la ricollocazione degli esuberi, la stipula dell’Accordo di programma per
l’area di crisi industriale complessa ex Antonio Merloni, ancora valido fino al
prossimo 18 marzo 2027, comprendente i territori tra Marche e Umbria, l’esito
negativo del tentativo di reindustrializzazione perseguito da JP Industries;
tutti questi elementi messi insieme hanno rappresentato di fatto la perdita
della centralità economico-produttiva di Fabriano e del suo distretto.
L’impatto ulteriore della crisi di Banca Marche e della banca locale, la Cassa
di Risparmio di Fabriano e Cupramontana, nel 2013 assorbita da Veneto Banca e
poi, a seguito del fallimento di quest’ultima, da Intesa San Paolo, hanno
delineato un quadro pesante di crisi economica con riflessi profondi.
La vicenda dell’acquisizione
della Indesit Company, il frutto più evoluto dell’ingegno di Vittorio Merloni,
da parte di Whirlpool nel 2014 rappresenta l’esito di molte “multinazionali
tascabili” che non sono riuscite a fare i conti con il passaggio generazionale
e il superamento del nodo tra proprietà e gestione manageriale in chiave di
crescita. Complice la lunga malattia del fondatore, l’evoluzione dalla Merloni
Elettrodomestici all’Ariston fino a Indesit, finisce con l’acquisto da parte
degli americani e poi con la successiva cessione nel 2023 al gruppo turco Beko,
proprietà della famiglia Arcelik. La gestione a Fabriano di 271 esuberi, tra lo
stabilimento di Melano e gli uffici amministrativi, con la chiusura del settore
ricerca e sviluppo a seguito dell’accordo ministeriale per la ristrutturazione
e il rilancio degli stabilimenti italiani di Beko Europe, è storia dei nostri
giorni.
L’attuale progressivo sviluppo
di Ariston Holding, invece, è il segno di un successo preparato nel tempo. Il
passo prudente intrapreso da Francesco Merloni nell’evoluzione dalla Merloni
Termosanitari ad Ariston Thermo fino ad Ariston Holding è riuscito non solo a
produrre una crescita costante nel tempo, ma anche il ricambio generazionale
con l’investitura del figlio Paolo Merloni a Presidente esecutivo (2011). Una
politica mirata di progressive acquisizioni, fino alle recenti Centrotec
Climate Systems (2022) e Riello (2025), le scelte di collocare la sede legale
ad Amsterdam, per ragioni fiscali e di controllo societario, e di quotarsi in
Borsa (2021), facendo di Milano la sede finanziaria, hanno delineato un
percorso di modernizzazione. Fabriano resta la sede operativa, commerciale e
industriale della Holding. Nel 2022 Ariston Holding è l’impresa che intercetta
la quota di finanziamento maggiore (16 milioni di euro) all’interno del
Programma Next Appennino per la rinascita economica e sociale del cratere
sismico del 2016, presentando un progetto di investimento di circa 100 milioni
in gran parte concentrato nello stabilimento ex Indesit di Albacina,
riacquistato da Whirlpool al momento della cessione di Indesit alla
multinazionale americana.
Una frase di Paolo Merloni, più
di altre, riassume il cambio di paradigma a cui Ariston Holding ha saputo
ispirarsi: “Si può stare a Fabriano perché si sta nel mondo”. Intendendo con
ciò che siamo passati dalla fase in cui il radicamento in determinati territori
era un fattore importante della capacità competitiva dell’impresa sui mercati
internazionali alla necessità di presidiare la proiezione globale della stessa
come condizione essenziale per poter operare nei territori di tradizionale
insediamento. Fabriano, non a caso, è stato il bacino del saper fare
marchigiano nel quale la penetrazione di importanti multinazionali (Franke,
Whirlpool, Electrolux) e fondi finanziari internazionali (Bain Capital) è stata
più precoce, proprio in considerazione della presenza di imprese medio-grandi che
sono state oggetto di acquisizione.
Se questa è stata l’evoluzione
dell’industria privata più rappresentativa, senza toccare il caso Elica,
occorre dire che Fabriano è stata anche esemplificativa del processo di
privatizzazione della grande impresa pubblica italiana. Il caso delle Cartiere
Miliani Fabriano, controllate dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, è
da questo punto di vista emblematico. Nel 1995, a fronte della consistente
esposizione finanziaria raggiunta dal gruppo Miliani, conseguenza di una serie
di acquisizioni di cartiere deficitarie in altre parti del territorio
nazionale, si procede alla ristrutturazione funzionale alla privatizzazione.
Siamo nella stagione della dismissione delle Partecipazioni statali e questo
riguarda anche l’IPZS e le sue proprietà o partecipazioni. Nel 2002 le Cartiere
Miliani vengono acquisite ad un prezzo simbolico dal gruppo “Fedrigoni 1888” di
Verona, che, nel 2017, altro esempio di mancato ricambio generazionale, in
questo caso all’interno della famiglia Fedrigoni, viene venduto al fondo
statunitense Bain Capital. Nel 2022 entra nella proprietà di Fedrigoni Group
anche il fondo inglese BC Partners e nel 2024 viene comunicata la chiusura
della società Giano 1264, che produce a Fabriano carta da ufficio (fotocopie), con
195 esuberi dichiarati. Nel 2025 Fedrigoni Group concede la licenza d’uso
temporanea del marchio “Fabriano” alla società tedesca Jacob Jürgensen per la
produzione e distribuzione, tramite la controllata italiana Paperfast, della
stessa carta da ufficio soppressa. Nel frattempo la questione della licenza
d’uso del marchio, prima concessa poi ritirata, è finita in una lite
giudiziaria. Oggi, è stato riorganizzato il gruppo in tre Business Unit (Paper,
Adhesives, RFiD) e una Holding, restano 31 unità di personale da ricollocare ed
è in atto un tentativo di rilancio della produzione legata, oltre che alle
tradizionali carte artistiche e da disegno, al ritorno della carta moneta e
alle carte sicurezza.
La continuità della riflessione strategica
Questa evoluzione dell’impresa
privata e pubblica, che riproduce dinamiche proprie di altre realtà
distrettuali in giro per l’Italia, è stata accompagnata una costante riflessione
pubblica di tipo politico-istituzionale e amministrativo che ha cercato di
interpretare i cambiamenti in corso e di capire le traiettorie possibili della
città di Fabriano e del suo territorio. Partendo proprio dallo sviluppo degli
anni Ottanta del secolo scorso, il Piano Regolatore Generale (PRG) del 1990
sancisce questa fase di grande espansione della città e ne programma
l’ulteriore crescita. Si pensa alla città dei 40.000 abitanti, si cerca di
rispondere alla “fame di terra” per la costruzione di capannoni con previsioni
urbanistiche di tipo artigianale e produttivo persino nelle frazioni, oggi a
rischio di diventare il ricettacolo di proposte di impianti di energia
rinnovabile mal sopportati dalle popolazioni locali. Il circuito della grande
espansione è favorito dalla dinamica della spesa pubblica alimentata dagli
oneri di urbanizzazione e la città si sviluppa secondo un mix poco coerente di
residenziale e produttivo.
Il sisma Marche-Umbria del
1997, che colpisce la città, rappresenta una prima battuta d’arresto allo
sviluppo progressivo degli anni Settanta e Ottanta. La città è chiamata ad una
prima introspezione che le consente di riscoprire, al di là della cultura del
monoprodotto, le tracce della storia, l’arte, l’architettura, l’ambiente. La
traiettoria di fondo, tuttavia, non viene messa in discussione e la città può
giovarsi di una stagione di grandi investimenti pubblici, garantiti anche dal
peso politico nazionale e regionale che essa esprime.
Il 2007 è l’anno
dell’elaborazione del Piano Strategico della città, a cui concorrono
personalità come Federico Oliva e Giuseppe De Rita. Siamo alla vigilia della grande
crisi, ma non se ne immagina neppure l’arrivo. La riflessione si concentra sul
fatto che la cultura del monoprodotto e la specializzazione produttiva
dell’elettrodomestico hanno raggiunto il picco, oltre il 63% degli occupati
lavora nel settore manifatturiero. Il mondo registra già da tempo una sensibile
riduzione di queste percentuali in tutti i luoghi che, come Fabriano, hanno
avuto le caratteristiche della “città-fabbrica”. Il tema si pone con impellenza
anche per Fabriano, senza con questo prevederne le criticità e i possibili
effetti. Il cosiddetto “secondo motore dello sviluppo”, cioè cultura, turismo,
enogastronomia, ambiente, viene pensato come opportunità per diversificare lo
sviluppo, ma in un contesto sociale permeato da una cultura del fare molto
distante da quella richiesta in questi settori.
La crisi del 2008-2012
s’incarica di rompere l’incantesimo. Il fallimento della Antonio Merloni, le
crisi di Banca Marche e della Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana,
rappresentano un vero e proprio shock. Fabriano, come dicevamo, perde qui la
sua centralità economica a livello regionale. Da quella economica a quella
politica il passo è breve. La parte più illuminata della famiglia Merloni,
anche per reagire ad una situazione che la investe più o meno direttamente,
prova a rilanciare aprendo nuove prospettive. È del 2013 il riconoscimento da
parte di Unesco del titolo di Città Creativa, seconda città dopo Bologna a
ricevere questo titolo. Ma già nel 2012 era stato elaborato il DOST (Documento
Strutturale), curato da un gruppo di architetti e ingegneri coordinati da
Gianluigi Mondaini, che punta sulle “microcittà” e sui “corridoi di
valorizzazione”. Allo “specchio che si è rotto” si cerca di rispondere provando
a rimettere a posto i pezzi, ossia a ricucire, ricomporre i frammenti tra i
vuoti e i pieni, che non sono soltanto fisici - come quelli degli stabilimenti
oramai fermi di Santa Maria o del Maragone - ma anche sociali, con centinaia di
persone spaesate e in cassa integrazione. Si va, quindi, alla ricerca di nuove
identità, analizzando ogni singolo frammento, e del bandolo della matassa che
possa riunificare la pluralità in un insieme di senso, quantunque non chiaro,
né immediato.
Nel 2014 Indesit viene venduta
a Whirlpool e nel 2015 la sconfitta alle elezioni regionali di Gian Mario
Spacca, presidente uscente dopo due mandati e già direttore della Fondazione
Aristide Merloni, decreta la fine della centralità politica di Fabriano a
livello regionale.
Nel 2016 la città è colpita
dal sisma dell’Appennino centrale e rientra nel cratere sismico, rappresentando
l’estremità a nord dei 138 Comuni coinvolti. Nel 2018 si dota del Piano Urbano
della Mobilità Sostenibile (PUMS), con il quale prova ad interpretare la nuova
sensibilità verso la sostenibilità ambientale, declinandola in un’ottica più
turistica che urbana e secondo modalità di mobilità dolce in una città che è
alle prese con la ricerca di una nuova identità economica, produttiva e di status. Un ulteriore modo di ripensare
le connessioni di fronte al disallineamento ormai determinatosi tra
residenziale, produttivo e terziario.
Nel 2019, dopo diverse
stagioni del Festival Poiesis, Fabriano ospita l’Annual Conference delle Città
Creative Unesco, con la partecipazione di 144 delegazioni provenienti da tutte
le parti del mondo. Il tema dell’appuntamento è: “La Città Ideale”. Un titolo,
un’aspirazione, molto meno un programma. L’evento, che rilancia fortemente
l’immagine di Fabriano, non ha un seguito. Il 2020 e il 2021 sono gli anni
della pandemia da Covid, al termine della quale Fabriano vive la riscoperta
degli spazi aperti e delle aree verdi, del contatto con la natura e del valore
delle reti di prossimità, oltre all’esplosione dell’online (call e
videochiamate, smart working e acquisti via internet) e all’importanza dei
collegamenti digitali. Ma si riscopre anche più fragile. Si prende atto che,
anche a seguito della grande crisi, il calo demografico, l’invecchiamento della
popolazione, l’esodo di popolazione immigrata verso altre realtà produttive,
soprattutto estere, l’abbandono dei giovani che migrano verso destinazioni più
promettenti e remunerative, stanno producendo un indebolimento del tessuto
economico e sociale che rischia di diventare strutturale.
Il 2020 è l’anno in cui
l’aggiornamento ISTAT della classificazione dei Comuni facenti parte della
Strategia nazionale delle Aree interne registra Fabriano come Comune periferico
di Jesi. Rispetto alla classificazione del 2014, che faceva di Fabriano una città
polo di servizi (cioè dotata di ospedale DEA di primo livello, istituti
scolastici superiori, stazione ferroviaria di rango), l’affinamento
dell’analisi certifica l’avanzamento del processo di marginalizzazione delle
aree interne del Paese, in particolare delle Marche, e la perifericità della
città della carta. Nell’entroterra marchigiano non vi è più una città polo di
servizi, tutte ormai collocate nella bassa collina e lungo la costa. Nell’indietreggiamento
incide indubbiamente la chiusura del punto nascita dell’Ospedale “E. Profili”,
avvenuta nel 2019. Analogamente tutti i punti nascita hanno la stessa
collocazione geografica, con l’eccezione di Urbino, in virtù del suo status
di co-capoluogo provinciale.
Fabriano percepisce che sta
entrando in discussione anche quel primato territoriale che ha sempre
esercitato nell’entroterra regionale e in un ampio territorio di confine tra
Marche e Umbria. La nuova Amministrazione comunale, eletta nel 2022, è chiamata
ad una impegnativa opera di ripartenza della città, specie dopo la stagione
della pandemia da Covid e di fronte al complicarsi del quadro geopolitico
internazionale che rischia di avere effetti negativi sul tessuto produttivo
locale. Dal 2016 al 2023 Fabriano ha perso il 43% degli occupati nella
manifattura, pari a 2.682 unità, e la partita tra declino e resilienza non è
chiusa.
Gli obiettivi su cui lavorare appaiono
chiari, ma non scontati: rimettere in sesto la macchina amministrativa, dare
stabilità al bilancio, attuare la ricostruzione post sisma, rilanciare gli
investimenti e puntare su nuove progettualità che rigenerino e ridisegnino la
città. Una simile azione ha bisogno, tuttavia, di una contestualizzazione
strategica e per questo viene redatto con il supporto di Nomisma il Documento
di posizionamento strategico “Destinazione Fabriano. Posizionamento e strategie
per uno sviluppo di territorio”. Al centro dell’elaborazione c’è la proposta
della “Città Appenninica”: Fabriano città-territorio, con i 14 Comuni
confinanti della “città allargata” e con i 36 aggregati nel Distretto
dell’Appennino umbro-marchigiano che ha in Gubbio e Fabriano le città pivot
di un’ampia area vasta interregionale, tra Marche e Umbria, e del centro Italia.
L’idea è quella di pensare
questa porzione dell’Appennino come un grande spazio urbano, nel quale le città
medie, insieme alla rete delle piccole città storiche, che affondano le loro
radici nel luogo di nascita della civiltà urbana italiana, svolgano una
funzione integrata a servizio di un ampio territorio che ha le caratteristiche
di un’area interna, con una forte biodiversità e una diffusa presenza antropica
e produttiva, nell’epoca dei cambiamenti climatici.
Una bioregione urbana, per
dirla con Alberto Magnaghi, che si avvale di una “metafora di progetto”, quale
suggerisce il termine “Città Appenninica”, per provare a diventare una vera e
propria “piattaforma territoriale”, capace di garantire nell’ambito di un’area
vasta e di spostamenti tempo dipendenti una offerta di servizi, di attività
produttive, di opportunità occupazionali e del tempo libero, propria di uno
spazio urbano sui generis, con una forte integrazione tra uomo e natura
e un’alta qualità della vita.
L’obiettivo, come è evidente,
è quello di rilanciare la funzione territoriale della città di Fabriano e del
territorio di riferimento dentro una forte sinergia umbro-marchigiana, favorita
anche dalla nuova infrastrutturazione stradale del “Quadrilatero di
penetrazione interna Marche-Umbria”, che a distanza di circa 40 minuti l’una
dall’altra collega le principali città di Fabriano - Camerino - Foligno -
Gubbio, configurandosi come una sorta di “cerniera” infrastrutturale, capace di
tenere insieme le due regioni nell’area centrale dell’Appennino dove maggiore e
più forte è la compenetrazione storica e culturale, e collegando in questo modo
la “Città Appenninica” ai grandi flussi e alle maggiori direttrici di traffico.
Da questa elaborazione sulla
“Città Appenninica” hanno preso le mosse alcune iniziative progettuali in fase
di gestazione e di traduzione, nate da una ricca e costante attività di ascolto,
animazione culturale e da tavoli di lavoro programmatici partecipati da stakeholders
del territorio.
Fabriano oggi, e domani
Oggi, su cosa può poggiare
l’evoluzione prospettica di Fabriano, città-territorio?
Ha scritto Andres Rodriguez
Pose: “Molte aree che hanno vissuto tempi economicamente migliori in passato –
ad esempio, ex distretti industriali un tempo prosperi e poi entrati in declino
– e quelle che si trovano intrappolate in uno stallo di sviluppo (una sorta di
“trappola dello sviluppo intermedio” a livello regionale) costituiscono il
terreno più fertile per sentimenti antisistema e anti-integrazione. È la curva
discendente di un territorio, più che la sua posizione assoluta nella gerarchia
della ricchezza, a fare la differenza. Il declino di lungo periodo di aree che
hanno conosciuto tempi migliori – spesso dotate in passato di un fiorente
tessuto industriale – insieme alla stagnazione economica di luoghi bloccati a
una condizione intermedia di sviluppo, creano un terreno di coltura ideale per
il malcontento antisistema”.
La descrizione si attaglia
perfettamente a Fabriano, e Fabriano è stato tutto questo, anche dal punto di
vista della dinamica politica.
Tuttavia, la ripartenza è
possibile e in parte in atto. Fabriano, oggi, può puntare su un’ambizione
urbana non sopita, soprattutto per il ruolo che continua a svolgere
nell’entroterra marchigiano e a cavallo di due regioni. L’ambizione di essere de facto, anche se non sulla carta, una
città polo di servizi (sociosanitari, scolastici, di mobilità, ma anche produttivi,
logistici e culturali). Il che implica la necessità di difendere i servizi
esistenti, ma anche di lavorare per la loro implementazione e qualificazione,
nell’ottica di quella che alcuni economisti hanno chiamato “economia
fondamentale”, vale a dire la base materiale del benessere e della coesione
sociale, quel che ogni giorno diamo per scontato, ma che scontato non è, specie
nelle aree interne (acqua, energia, ambiente salubre, servizi essenziali per la
vita, il lavoro, l’abitare).
Fabriano, oggi, è una
piattaforma produttiva con una vocazione neo-industriale e neo-manifatturiera.
Un distretto dove la testa di molte imprese è migrata altrove, ma dove resiste
una capacità di intrapresa e una cultura industriale che vanno indubbiamente
rinnovate e rigenerate. Il fattore della formazione è, da questo punto di
vista, decisivo. La presenza a breve raggio di cinque Università (UNICAM, UNIRB,
UNIVPM, UNIMC, UNIPG) e il valido tessuto di scuole tecniche, tra cui un Istituto
Tecnico Superiore (ITS) con indirizzi sull’energia e le nuove tecnologie
applicate alla produzione, possono favorire un ecosistema del lavoro e
dell’innovazione orientato verso nuove produzioni labour intensive, a più alto
contenuto tecnologico e a più alto valore aggiunto, grazie anche alla presenza
di imprese medio-grandi. Sarà interessante capire quale apporto potrà dare alla
ripresa e all’evoluzione produttiva della città e del distretto il recente
inserimento delle regioni Marche e Umbria all’interno della Zona Economica
Speciale (ZES) unica del Mezzogiorno.
Fabriano, oggi, è Città
Creativa Unesco. Tra le 16 Città che si fregiano del titolo, Fabriano resta un punto
di riferimento per la sua caratteristica di città piccola o medio-piccola che
ha, però, battuto la strada dell’innovazione e della creatività prima di molte
altre. Il riconoscimento rappresenta un costante stimolo per la qualità delle
politiche pubbliche locali e territoriali, per svolgere una funzione di
riferimento in ambito regionale e interregionale, e per stringere relazioni con
città più evolute a livello nazionale e internazionale nei diversi cluster dell’artigianato
e arti popolari, della gastronomia, della musica, del design, della letteratura,
del cinema e delle media arts. I temi dello sviluppo urbano sostenibile, dello
sviluppo a traino culturale e la sperimentazione di trasformazioni e
rigenerazioni a carattere urbano e territoriale rappresentano soprattutto la
sollecitazione ad alzare lo sguardo, a non cadere nel provincialismo e nel
localismo, che rischiano di diventare fatali nei contesti delle aree interne e marginali.
Progetti come Fabriano Carta è Cultura hanno esattamente la funzione di
coltivare questa tensione positiva, costruttiva e qualitativa.
Fabriano, oggi, è uno snodo
territoriale, infrastrutturale e logistico, all’interno della Città
Appenninica, tra Marche e Umbria, e lungo la direttrice Ancona – Perugia che,
nell’ambito del centro Italia, si va configurando come una linea di
concentrazione di piattaforme logistiche (porto, aeroporti, interporto),
distretti produttivi, infrastrutture ferroviarie e viarie, centri fiere,
università e luoghi di pregio ambientale, turistico e culturale. Una direttrice
connessa ai grandi flussi tramite la “Città lineare adriatica”, che ha un
bisogno vitale dell’Alta Velocità ferroviaria, e in direzione della Capitale.
Un corridoio a cui il Quadrilatero di penetrazione interna Marche – Umbria
offre la possibilità di organizzare uno spazio urbano integrato, seguendo le
direttrici longitudinali pedemontane delle due regioni. Uno spazio urbano programmabile,
tenendo presenti le filiere della creatività-innovazione-imprenditorialità,
dell’accoglienza-multigenerazionalità-abitare e dello sport-benessere-tempo
libero. Filiere emerse nello studio Fabriano Poliedricity, condotto dal DICEA
dell’Università Politecnica delle Marche insieme al Comune di Fabriano, ma
suscettibili in senso euristico di una estensione progettuale.
Infine, un accorgimento da
tenere presente. La realtà e la prospettiva di Fabriano non vanno interpretate
e pensate come quelle di una classica area interna. Piuttosto, tenendo presente
quanto descritto da Arturo Lanzani nella sua Italia di Mezzo, ovvero l’Italia
che non è metropoli né area interna, ma “provincia”, Fabriano è uno di quei
Comuni del “continuum urbano rurale, ovvero di montagna/collina interna
scarsamente popolati, che hanno andamenti socio-economici tendenti verso
l’Italia interna e classificati dalla SNAI come “periferici” in almeno una
delle due classificazioni (2014 e 2020)”. Un territorio esposto a rischi e
opportunità: da un lato, il tentativo, vano, di riprodurre un passato che non
c’è più o, all’opposto, l’accoglimento additivo di qualsivoglia elemento che
sembri garantirne ancora una “crescita” (dall’infrastruttura pesante ai data
center, dai centri commerciali alla logistica, dal parco solare all’allevamento
sempre più intensivo), spesso compromettendo l’assetto ecologico dei territori,
i legami sociali, la qualità dell’abitare; dall’altro lato, il rinnovo della
sua dotazione di infrastrutture quotidiane (case, scuole, biblioteche, strade,
ferrovie), la riconversione ecologica delle economie e degli insediamenti
produttivi, la qualità dei paesaggi ordinari e la riorganizzazione degli
assetti territoriali.
In questo discrimine si gioca
la partita della buona Amministrazione e, in buona parte, anche la prospettiva
futura di una città e di un territorio che – da quanto esposto – non è
insensato considerare un caso di studio.

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