DAL MODELLO MARCHE AL CASO MARCHE
Nell’ambito di quel
“fallimento politico” che il Presidente della Regione Marche Francesco
Acquaroli ha più volte attribuito ai “trent’anni di governo del centrosinistra” è possibile annoverare la ricostruzione post sisma del 1997
Marche-Umbria, della quale non si ricorda alcun caso di infiltrazione della
criminalità organizzata, a differenza di quanto sta emergendo in questi giorni con
l’inchiesta giudiziaria della DDA di Ancona.
Basterebbe questo per farsi
un’idea di chi ha veramente fallito. Ma siccome “l’acqua passata non macina più”,
è il caso - invece - di essere molto preoccupati per quanto sta venendo alla
luce, giacché l’intera trama dei fatti che leggiamo sulla stampa potrebbe
essere soltanto la punta dell'iceberg.
Il che sarebbe un guaio per lo
stato di salute dell’economia, dell’etica pubblica e della legalità di una
regione finora al riparo dai clamori delle cronache giudiziarie ma, soprattutto, per il
buon fine di partite complesse - come le ricostruzioni in atto - da cui dipende
il rilancio delle Marche e la vita concreta di migliaia di cittadini.
In un Paese in cui si oscurano
i fenomeni sociali di massa o se ne parla solo come questioni di ordine pubblico,
e dove è facile fare “di tutt’erba un fascio”, il decennale del sisma del 2016 -
che si preannunciava come l’autocelebrazione del “cambio di passo” - è
diventato oggettivamente l’esame di coscienza di un’intera classe dirigente
politica.
La quale, non per suo merito,
ha avuto l’opportunità di gestire la stagione più ricca di risorse pubbliche
della storia nazionale e regionale. Una stagione senza precedenti, che - nel
caso delle Marche - ha riguardato il combinato disposto della ricostruzione
post sisma, del PNRR, dell’alluvione del 2022 e dei “terremotini” del nord
della regione.
Una regione in profonda crisi,
se pensiamo ai dati spenti della sua economia, nonostante questo flusso senza
pari di risorse che si è riversato sui territori, seguendo una logica, più che
di tipo istituzionale e commissariale, di filiera politica. Una filiera che
dagli ultimi fatti giudiziari risulta non solo ben connotata partiticamente, ma
anche dimostratasi “accogliente” nei confronti di poteri occulti e
criminali. D’altra parte, è noto che dove ci sono i soldi, lì tenta di
infilarsi la criminalità organizzata; il punto sono gli anticorpi culturali,
sociali, economici ed istituzionali che un sistema territoriale e una classe
dirigente sono in grado di esprimere.
Nella ricostruzione post sisma del 2016 sono venuti al pettine almeno tre nodi che non si è voluto regolamentare. Il primo, di cui la destra porta la piena responsabilità, è stato l’elevazione a sistema del meccanismo del subappalto, come dimostra la Legge 36/2023 (Nuovo codice degli appalti). Il secondo e il terzo hanno riguardato la concentrazione di progetti e lavori in troppe poche mani, tecnici professionisti e imprese. Questioni sulle quali il tentativo di impedire la concentrazione, memori anche dell’esperienza del 1997, si è scontrato con la rivolta corporativa e la debolezza della politica.
Una debolezza che è divenuta
compiacenza nel momento in cui dall’evidenziazione del problema, ben presente
nei report della gestione del Commissario Legnini, si è passati nel 2023 alla
“pax corporativa”, che ha posto fine alle proteste delle categorie interessate.
All’esiguità di professionisti e imprese si è aggiunto il fattore della piccola
dimensione di quest’ultime, inadatte a far fronte alla mole inedita del danno
prodotta dal sisma del 2016, se non gonfiandosi in maniera anomala e avvalendosi
dei subappalti.
Per questo c’è da essere
preoccupati. Perché il meccanismo che ha portato a pratiche illegali potrebbe
essere più esteso di quel che si può pensare. E non possiamo permetterci che
qualcuno pensi di prendere la palla al balzo delle vicende giudiziarie per
tracciare una croce sulla ricostruzione del centro Italia.
La destra, che porta tutta
intera la responsabilità politica delle proprie scelte, nonché del rischio potenziale che la ricostruzione post sisma si blocchi e venga derubricata dalle priorità del Paese, farebbe
bene ad operare una correzione seria e profonda del suo modo di governare, a livello
regionale e nella gestione della Struttura commissariale, meno dedita a
finanziare eventi, convegni e celebrazioni, e più attenta e imparziale nel
governo delle dinamiche reali della ricostruzione.
Perché se il “modello” Marche
non è mai esistito, diventare un “caso” per le Marche sarebbe veramente una
sciagura.

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