TRE PROPOSTE E UN PIZZICO DI VOLONTA’ POLITICA

Una realtà sulla quale si sono
abbattute nel giro di due anni tre crisi industriali e rispetto alla quale non
si è registrata una iniziativa regionale, né nazionale, per farvi fronte.
Questa è oggi la situazione a
Fabriano e nel distretto industriale fabrianese, uno dei più importanti a
livello regionale e del centro Italia, e per tassi di specializzazione forse
ancora uno tra i principali a livello nazionale ed europeo.
Le crisi Fedrigoni, Beko ed
Electrolux hanno messo in discussione 636 posti di lavoro, senza considerare
l’indotto, e si sono conficcate come una lama sul corpo vivo di una città di
circa 29.000 abitanti e di un territorio montano e delle aree interne. Il tutto
senza che si battesse ciglio.
Incapacità della “filiera” o
estraneità della stessa ai destini di una città e di un territorio? Il
risultato non cambia. Lavoratori e famiglie in difficoltà, piccole imprese in
affanno, soggetti multinazionali liberi di decidere come meglio vogliono, istituzioni
locali e forze sindacali impegnate per contenere il danno, ma senza sponde
attive a livello regionale e nazionale capaci di rispondere e incidere.
Eppure Fabriano ha reagito
alla coda lunga della crisi del 2008 e del 2013, alle conseguenze del sisma e
del Covid. Il calo demografico pari a 3.200 unità dal 2013 al 2025, circa 250
residenti in meno ogni anno, dal 2023 si è fortemente ridotto in una sequenza
che dice: 28.977 (2023), 28.997 (2024), 28.890 (2025). E la disoccupazione si è
attestata sulle 1747 unità in città e 2725 nell’intero sistema locale del
lavoro. Numeri ben diversi rispetto ai tempi della grande crisi.
È chiaro, persistono i
problemi diffusi nella stragrande maggioranza delle città e delle aree interne
del nostro Paese: un tasso di natalità che ogni anno è un terzo dei decessi e
il lavoro povero e intermittente, per non dire saltuario, che va a comporre le
statistiche ISTAT sul miglioramento dell’occupazione nazionale e regionale.
Ma ci sono anche i segnali di
una realtà che continua ad attirare forza lavoro da altri Comuni e Regioni,
come dimostra la ripresa dell’immigrazione interna, più che di quella
extracomunitaria. E il fatto che le imprese continuano a ricercare manodopera
che manca.
Di fronte a tutto questo
l’unica iniziativa che si è registrata da parte del Governo nazionale è stata
l’inclusione di Marche e Umbria nella Zona Economica Speciale (ZES) unica del
Mezzogiorno. Ma non possiamo dire che questa iniziativa sia stata assunta per
far fronte alle difficoltà che si concentrano su Fabriano e sul suo distretto. Infatti,
essa riguarda per certi aspetti tutto il territorio regionale e per altri
un’ampia porzione del territorio, quello perimetrato dal cratere sismico e
dalle aree di crisi industriale complessa. Nulla a che fare con la crisi
dell’elettrodomestico che continua ad attanagliare il destino di Fabriano e del
distretto.
Tra l’altro, i primi risultati
della ZES non sono travolgenti: nel 2025 nella provincia di Ancona ci sono
state 25 domande su 168 totali; mentre nel 2026 (15 giugno) il numero si riduce
sensibilmente e lo stesso per quanto riguarda gli iter autorizzativi
concretamente avviati.
Le intenzioni, poi,
dell’Amministrazione regionale di estendere a tutto il territorio regionale e a
tutti i codici Ateco i benefici del credito d’imposta lasciano intendere che
non si vogliano supportare i territori in maggiore difficoltà, tutt’altro. La
velleità del Governo nazionale di estendere la ZES a tutto il Paese ne è la
riprova e rappresenta una uscita propagandistica, sintomo di una campagna
elettorale incipiente, dal momento che già oggi le risorse stanziate per il
Mezzogiorno risultano largamente insufficienti e lo stesso credito d’imposta
non viene erogato pienamente.
In più, bisognerebbe
cominciare a dire qualcosa anche sullo strumento ZES unica. L’economista
Gianfranco Viesti, ad esempio, ha scritto: “Si tratta di una intelligente
operazione di marketing comunicativo. Un credito d’imposta a pioggia come ve ne
sono stati per lunghi periodi di questo secolo, con pregi (automatismo) e
difetti (alto costo, mancanza di selettività e condizionalità) ben noti. Il
cosiddetto Piano Strategico della ZES, che poteva somigliare ad un abbozzo di
strategia, è rimasto un pezzo di carta. Numeri roboanti, ma senza dati che
mostrino che si tratta di investimenti aggiuntivi in attività più innovative:
l’unica chiave, che non porta lontano da sola, è ridurre il costo
dell’investimento per tutti. Ad esso si associa un meccanismo di autorizzazione
unica. Un tema da discutere. Può portare ad un positivo effetto di
accorciamento dei tempi di approvazione dei progetti. Ma, dato che ora si
applica non più a zone portuali o industriali, ma all’intero Mezzogiorno,
incluse coste e centri storici, può scavalcare normative urbanistiche e
ambientali regionali e comunali. La tanto auspicata semplificazione può
nascondere il desiderio di avere le mani libere da parametri e vincoli assai
opportuni: il vecchio desiderio di parti della società di avere un territorio
senza regole”.
Ma, al di là di queste
considerazioni, benché assai fondate, quel che ci preme è dare uno spunto a
Governo e Regione, così distratti o in difficoltà nell’avanzare qualcosa per
rispondere al grido che si leva da un territorio in cui si concentrano le più
grandi crisi occupazionali aperte sul territorio regionale e a livello
nazionale.
Il prossimo 18 marzo 2027
scade l’Accordo di Programma per la reindustrializzazione dell’area della ex
Antonio Merloni, la prima e più grande area di crisi industriale complessa
comprendente 73 Comuni tra Marche e Umbria. Dopo diverse proroghe, l’ultima
richiesta dalla Regione Umbria, quell’Accordo è ancora valido. Potrebbe essere
rivisitato e corretto, ma soprattutto rifinanziato: 50% Stato, 50% Regioni. È
possibile farlo, si dia un segnale concreto.
Il Programma Next Appennino
per il rilancio economico e sociale dell’area del cratere sismico del 2016 ha
avuto un grande successo. Il Gruppo Ariston, ad esempio, si è aggiudicato il
finanziamento più importante della misura che sosteneva i Contratti di sviluppo
per investimenti superiori ai 20 milioni di euro. Le graduatorie sono andate in
overbooking, ma il Programma non è stato più rifinanziato, nonostante avrebbe
“bevuto” automaticamente. Il PNRR-PNC si sta chiudendo con risorse che non si
riescono a spendere e, nonostante il Governo Meloni abbia fatto ben otto
rimodulazioni del Piano, non si è riusciti a dirottare qualche centinaio di
milioni per finanziare dei progetti pronti. È ancora possibile farlo? Ma
velocemente.
Gli Interventi Territoriali
Integrati (ITI). Fabriano, pur essendo un Comune periferico secondo l’ISTAT,
non rientra tra gli ITI della Strategia nazionale delle Aree interne, né tra
gli ITI urbani che la Regione ha riservato soltanto ai Comuni capoluogo di
provincia e al Comune di Fano (sic). Fabriano, che per popolazione è il Comune
maggiore dell’entroterra regionale e per estensione territoriale il più vasto
delle Marche, sede di un distretto industriale importante, potrebbe essere
tranquillamente oggetto di un ITI urbano finalizzato a riacquisire il ruolo di
città polo di servizi, come storicamente è stato fino al 2014. Si tratta di
orientare la prossima programmazione dei fondi strutturali 2028-2034 in questa
direzione. Su questo c’è ancora tempo per agire, ma non troppo.
Come si può vedere, con un po’
di applicazione e studio non mancherebbero non dico soluzioni, ma segnali
concreti che le politiche pubbliche nazionali e regionali potrebbero dare per
aiutare la diversificazione dello sviluppo di un contesto produttivo
territoriale. Basterebbe quella che un tempo si chiamava “volontà politica” e
che temo oggi si sia tramutata nella migliori delle ipotesi in incapacità.
Commenti
Posta un commento