DMO: IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO

                                      

Con la presentazione delle linee guida per il riconoscimento delle DMO (Destination Management Organization), le politiche turistiche regionali fanno un passo sul terreno della governance.

L’obiettivo è quello di promuovere l’aggregazione di istituzioni e soggetti privati su scala territoriale per gestire in maniera coordinata l’offerta turistica. Le DMO sono, appunto, le aggregazioni che dovrebbero attuare una governance orizzontale, lasciando alla Regione quella verticale, capace di “bucare” sui mercati nazionali ed esteri in raccordo con la strategia turistica del Paese.

Da dopo il Covid l’Italia sta conoscendo una nuova stagione di interesse turistico a livello internazionale e di questo ha potuto giovarsi di riflesso anche la nostra regione, che resta nonostante tutto ancora periferica. In questi anni la strategia turistica della Regione Marche si è basata sulla politica dei borghi, sul sostegno agli investimenti per migliorare la recettività, sulla costituzione dell’Agenzia per il turismo e l’internazionalizzazione (ATIM), e ora compie un altro passo per cercare di organizzare i territori intorno a brand identitari.

Le risorse a disposizione di questa scommessa sono circa 6 milioni di euro spalmati sul triennio 2027-2029.

Con ciò si vorrebbero conseguire risultati certi in termini di qualità dell’accoglienza, riconoscibilità e competitività, coesione e condivisione territoriale, valorizzazione delle identità e delle vocazioni, sostenibilità dei modelli gestionali, superamento della frammentazione, crescita di professionalità e occupazione, partecipazione e rappresentanza degli operatori, ma nella sostanza si lascia tutto nelle mani di quegli stessi territori che hanno faticato sempre a darsi una struttura stabile ed efficace nel tempo.

Dalle APT ai Sistemi Turistici Locali (STL) passando per i Distretti turistici, quella dell’organizzazione dell’economia turistica delle Marche è stata finora una sequenza di esperimenti non riusciti, rispetto a cui le premesse illustrate non sembrano rappresentare una svolta. Le DMO dovranno rispondere a requisiti di contiguità territoriale, avere una chiara identità e denominazione, poter contare ciascuna su almeno 200.000 presenze all’attivo, garantire una sostenibilità economico-gestionale con una soglia minima di 200.000 euro, avere una chiara soggettività giuridica, aggregare almeno cinque Comuni, rendere co-protagonisti le Associazioni di categoria e gli enti del Terzo Settore, avere un logo e un’immagine coordinata, una dotazione organica di personale snella (30% del budget), essere guidate da un manager ed elaborare un Piano di destinazione che si avvalga anche di strumenti digitali (Portale di Destinazione).

Le forme giuridiche che la DMO può assumere sono le più diverse: da quelle in economia fino alla concessione a terzi, passando per le forme più classiche come l’Istituzione secondo la L. 142/90, la Fondazione di partecipazione o l’Azienda speciale, ovvero la Spa a prevalenza pubblica o privata. I soggetti obbligatori che ne fanno parte sono quelli pubblico-privati citati, a cui si possono aggiungere dei soggetti facoltativi (Province, Unioni dei Comuni, Università, Camera di Commercio, Fondazioni, Aziende pubbliche locali, Enti di gestione delle aree protette, GAL e soggetti gestori di specifici attrattori turistici).

L’assunto di fondo è prettamente di tipo economico e la dinamica costitutiva della DMO è tutta affidata al territorio, ossia dovrebbe avvenire “dal basso”. La Regione si pone come un arbitro terzo, chiamato a valutare le proposte applicando una serie di criteri asettici che hanno al centro la sostenibilità economica e gestionale di quel che si va a proporre; quindi, la capacità del territorio in termini di numero di presenze turistiche e, dato l’invito pressante ai Comuni ad applicare la tassa di soggiorno, di sostenibilità finanziaria delle strutture di governance che si pensa di costituire. Essendo soltanto 4 dei 6 milioni destinati effettivamente all’organizzazione di ambiti turistici locali, si può prevedere realisticamente che le DMO riconosciute in via definitiva dalla Regione saranno all’incirca una dozzina.

Se il 2026 sarà l’anno in cui i territori si eserciteranno nelle proposte di DMO alla Regione, il triennio 2027-2029 dovrebbe essere il periodo in cui le stesse saranno riconosciute, finanziate e alzate da terra.

Che cosa appare problematico di tutto questo impianto? Il primo punto riguarda le risorse, esigue, troppo esigue per dare sostegno a realtà che si dovrebbero autorganizzare. Da ciò consegue che l’ottica della Regione è focalizzata quasi esclusivamente sulle realtà più attrezzate e capaci di strutturare una DMO, come nel caso della Riviera del Conero, della Spiaggia di Velluto, della Riviera delle Palme o di Pesaro Beach. E i borghi? Non sono un prodotto turistico di destinazione, tanto da averne fatto il vero asset della strategia turistica regionale? Ora, giunti alle strette, gli viene detto di aggregarsi a queste realtà già consolidate, perché ne avranno alla fine un qualche beneficio. Siamo alla riedizione della sempiterna strategia turistica “mare-monti”, tanto evocata quanto mai realizzata. Per il cratere sismico arriverà qualche eccezione e qualche risorsa aggiuntiva dal Commissario straordinario, mentre il resto delle Aree interne dovrà arrangiarsi.

Non sono state previste modalità di partecipazione per quelle aree di confine della regione che hanno naturali sinergie turistiche con territori regionali contermini, come nei casi della Riviera romagnola, delle città umbre di Gubbio e Assisi, del Parco nazionale dei Sibillini e della costa abruzzese. Poco chiaro è anche il tipo di apporto che nell’ambito delle DMO sono chiamati a dare quegli attrattori turistici che possono vivere da soli, ma che dovrebbero comunque collaborare con i rispettivi territori: ad esempio, il Santuario di Loreto o il Consorzio Frasassi.

Infine, una riflessione d’impostazione. Quando si punta tutto sulle dinamiche dal basso, senza una contestuale azione dall’alto o dal centro, si rischia di dar vita a situazioni fragili, create per intercettare qualche finanziamento, e si finisce di fatto per certificare ciò che già esiste o funziona. La Regione dovrebbe avere un’idea programmatica di quelli che sono i driver su cui investire per costruire la propria proposta/immagine turistica nazionale e internazionale. Un’idea che appare assente e che avrebbe potuto aiutare il costituirsi delle aggregazioni territoriali, rendendo coerente già in questa fase il momento organizzativo con quello progettuale delle DMO, che non possono essere lasciati ad una politica dei due tempi.

Staremo a vedere. Il turismo è un’economia complessa e volatile, che richiede forti competenze, investimenti e capacità organizzative. Su di esso si è creata nel tempo un'aspettativa di futuro per questa regione. Secondo me sopravvalutandolo. Non resta che tentare, per l’ennesima volta, sperando soprattutto di cavarsela.




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