UNIVERSITA’ E AREE INTERNE - Intervento in occasione dell’iniziativa del PD Marche “Università e ricerca nelle Marche”




Lunedì 11 maggio 2026 ore 17,30

Sala Cesanelli dello Sferisterio, Piazza Nazario Sauro,

Macerata

Non si può che condividere il presupposto fondamentale da cui muove il Documento nazionale del Partito Democratico che oggi qui discutiamo, ovvero che l’Università pubblica sia sotto attacco, sia per quanto riguarda la sua autonomia, minacciata dalla volontà di intromissione nella governance da parte del Governo nazionale, sia per quanto riguarda la sua funzione democratica, di accesso aperto, equo e qualitativo al sapere, minacciata dalle Università private telematiche for profit, smaccatamente sostenute anche in questo caso dal Governo.

Tuttavia, bisogna essere consapevoli che anche per il sistema universitario nazionale si apre la fase post-PNRR (che ha riservato all’Università circa 11 miliardi di euro), e ciò accade dentro un quadro generale complesso, dovuto ad una situazione geopolitica che ha ricadute dirette e pesanti sulle economie continentali e nazionali e spinge le élites europee verso una diversa allocazione delle risorse pubbliche, che dal welfare e dalle transizioni gemelle vengono dirottate sulla sicurezza e la difesa.

Anche per l’Università italiana si pone, quindi, la questione di un riposizionamento strategico all’interno del nuovo contesto, salvaguardando la sua missione didattica, formativa e scientifica, affinché continui ad essere libera, pubblica e di qualità. Servono, quindi, visione, autonomia e responsabilità.

L’obiettivo di una forza democratica e progressista, dal proprio canto, non può che essere il rilancio della funzione sociale e innovatrice dell’Università, di attuazione del dettato costituzionale degli articoli 3, 33 e 34 della Carta. Per fare questo occorre porre rimedio, in primo luogo, al sottofinanziamento del sistema universitario (una costante dei governi di destra da Berlusconi/Tremonti a Meloni/Bernini) e, insieme alle altre azioni previste nel documento, porsi il tema del contesto territoriale in cui le Università operano.

Non è questo un tema secondario. Se, come si dice nel documento, “all’Italia non serve un sistema universitario con pochissime sedi di eccellenza iper-finanziate e con il resto degli atenei destinato a declinare o addirittura a chiudere. La presenza di un tessuto universitario diffuso di buona qualità media è stato un punto di forza del nostro sistema, che va assolutamente rilanciato”, bisogna porre il tema del ruolo che l’Università svolge nei contesti di Aree interne.

Dicendo, innanzitutto, che non è vero che in Italia ci sono troppe Università in rapporto alla popolazione. Sono 61 quelle statali, 20 le non statali, 11 le telematiche private, mentre le rimanenti 4 o 8 (il totale degli enti oscilla tra 96 e 100) sono Scuole superiori o Istituti universitari speciali.

Ricordando, inoltre, che siamo l’ultimo Paese europeo, dopo la Romania, per numero di laureati, con il 30,6% dei 25-33enni che possiedono il titolo universitario (dato 2024), rispetto al 43,1% della media UE, e che avere un titolo di istruzione terziaria nel nostro Paese ha a che fare drammaticamente con le origini familiari, sia in termini di istruzione che di reddito dei propri genitori.

Non dimenticando, poi, il problema demografico, del calo delle classi di età dei potenziali studenti, anche se rendere più aperto e agevole iscriversi all’Università (c’è qui il tema dell’abolizione delle tasse universitarie) e rafforzare il potere di acquisto e i salari delle famiglie italiane contribuirebbe sensibilmente ad aumentare il numero degli iscritti alle Università.

La funzione dell’Università nelle Aree interne è cruciale per tutte queste ragioni: l’attuazione del dettato costituzionale, la diffusività del sistema universitario, il numero di laureati, la possibilità di accesso agli studi, alla formazione, al sapere, con sensibile giovamento della capacità di innovare del nostro Paese.

E se nel recente passato proprio la nascita di una ventina di atenei ha posto fine all’istruzione universitaria d’élite ed ha ridotto il sovraffollamento dei grandi atenei, oggi proprio dalle Università collocate o che operano nei contesti di Area interna può venire un contributo essenziale non solo alla riduzione dei divari territoriali di sviluppo (nell’ambito dello svolgimento della cosiddetta “Terza missione”), ma anche alla possibilità di accedere alla formazione universitaria per chi vive in queste aree o in contesti regionali con sensibili diseguaglianze e non si può permettere di frequentare Università proibitive, a causa del costo degli alloggi, delle distanze e del costo della vita.

Voglio ricordare quando l’attuale Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, allora Rettore dell’Università Federico II, appena nominato Ministro dell’Università e della Ricerca scientifica del Governo Conte II, citò nella sua prima intervista a ‘Il Messaggero’, l’importanza di un’Università come quella di Camerino per la funzione che svolge in un contesto di Aree interne. Era il rettore della più grande Università dell’unica area metropolitana di rango europeo che l’Italia ha, quella di Napoli.

Una Università, quella di Camerino, che - se chiedete a Google quali siano le Università situate nelle Aree interne - non compare neppure nell’elenco, a vantaggio invece di Palermo, Perugia, Venezia (!) e altre, a dimostrazione di quanto l’Intelligenza artificiale sia poco intelligente e di come non si distingua tra chi opera nelle Aree interne con sedi distaccate o magari dedicando dei corsi al tema, e chi invece sta e lavora ogni giorno nelle Aree interne, per la loro crescita, come nel caso di Unicam, o - per rimanere sempre nelle Marche - anche di Urbino, seppure la città sia co-capoluogo di Provincia.

Pensiamo soltanto al ruolo che l’Università di Camerino, ma per certi versi anche quella di Macerata, ha svolto nella difficilissima fase post sismica, dal 2016 ad oggi. Il processo di ricostruzione e di rinascita socioeconomica dell’Appennino centrale, una sfida complessa e tutta ancora da vincere, non avrebbe avuto il suo principale motore di resilienza in termini di formazione e trasferimento di competenze, presenza giovanile, stimolo culturale all’innovazione e promozione dello sviluppo territoriale. Camerino nel 2016, come l’Aquila nel sisma del 2009. Le due Università come motori della ricostruzione e della rinascita.

Inoltre, nelle Aree interne c’è un problema reale di attuazione del diritto all’istruzione e alla formazione, come dimostrano ad esempio i dati del punteggio mediano nei test di italiano degli studenti di terza media dei Comuni periferici (189,38), di circa 10 punti inferiore rispetto agli studenti dei Comuni polo; oppure i dati dell’accesso inferiore all’Università dei 18enni neodiplomati che vivono in maggioranza nelle Aree interne; oppure i dati della diffusione del titolo universitario nelle Aree interne dove 1 persona su 5 lo possiede, mentre nelle Città polo il rapporto è di 1 a 3.

A fronte di ciò, il processo di razionalizzazione, concentrazione e verticalizzazione imposto in questi anni al sistema universitario ha portato ad un calo del finanziamento e conseguentemente degli studenti degli atenei delle Aree interne. Dal 2008 ad oggi il calo del FFO per le Università delle Aree interne è stato del 18,5% rispetto ad un calo medio del 15,05% e del 13,38 per gli atenei delle Città polo. Per quanto riguarda gli studenti il calo è stato del 7,24% negli atenei delle Aree interne, rispetto al calo medio del 4,4% e al 3,02 dei grandi atenei urbani.

A ciò potremmo aggiungere la maggiore difficoltà delle Università delle Aree interne di intercettare finanziamenti da soggetti esterni, rispetto agli Atenei delle aree urbane.

Queste esigenze formative, che se disattese finiscono per produrre cittadini di serie B, e perequative, in cui la stessa definizione del costo standard dello studente universitario dovrebbe tener conto di che cosa significa vivere e formarsi nelle Aree interne, ci dicono che per far fronte ad una situazione che si delinea sempre più complessa occorre sviluppare forme di collaborazione e integrazione tra atenei specie nelle aree in cui sono assenti poli metropolitani, come è nel caso delle Marche.

La grande e antichissima tradizione di studi universitari delle Marche, che ha garantito a questa regione e ai suoi abitanti livelli di scolarità mediamente più alti, è chiamata oggi a far propria la sfida per cui collaborare è meglio che competere. Tanto più dopo l’ingresso delle Università telematiche private for profit anche nella nostra regione, per volontà di una destra politicamente compromessa con esse. Solo la collaborazione tra gli atenei pubblici può far fronte a questa competizione che abbassa la qualità dell’offerta formativa, introduce discriminazioni classiste nell’accesso agli studi e fa dell’alta formazione non un servizio privo di lucro, ma una merce a pieno titolo, con gravi ripercussioni sull’affidabilità stessa dei titoli rilasciati.

Mettiamo da parte velleitarie e interessate campagne di fusione tra atenei, ma raccogliamo l’esigenza di una “cooperazione rafforzata” tra le quattro Università (Unicam, Unimc, Uniurb, Univpm) che è possibile su alcuni terreni di lavoro comune.

La Regione dovrebbe essere la promotrice e regista di questa operazione, se non fosse governata da quella destra che ha aperto alle Università telematiche private for profit. E se non fossero le Marche una regione che investe tra pubblico e privato soltanto l’1,1% in ricerca e sviluppo, pur essendo tra le regioni più manifatturiere d’Italia; quindi, ben al di sotto della media nazionale (1,4%) a sua volta sensibilmente più bassa di quella dei Paesi UE (2,3%) e lontanissima dal 3% indicato dalla Strategia di Lisbona (2000) come obiettivo dell’UE per il 2030.

Si potrebbe fare molto per far lavorare insieme le Università delle Marche e la Regione dovrebbe avere su questo un ruolo fondamentale.

Nella campagna per le elezioni regionali dello scorso anno, ad esempio, si era parlato della possibilità che sotto l’egida della regionale le quattro Università potessero dare vita ad un Hub tecnologico a supporto della transizione digitale e sostenibile del territorio, che riguardasse non solo il sistema produttivo, ma anche l’organizzazione sociale, consentendo l’impiego di competenze e giovani ricercatori.

Sui temi del cambiamento climatico, della ricerca e dell’innovazione tecnologica, della salute e dei programmi europei la Regione potrebbe impegnare le Università a collaborare in maniera unitaria, anche prevedendo specifici vincoli nei bandi regionali, oltreché nei progetti che l’ente porta avanti. Lo stesso dovrebbero fare le Università quando partecipano a bandi europei che richiedono la costruzione di progetti e partenariati molto qualificati.

La stessa promozione dei quattro atenei a livello nazionale e internazionale potrebbe avvenire unitariamente, valorizzando le diverse specializzazioni di ricerca, didattiche e scientifiche, insieme all’immagine più complessiva della regione.

Analogamente, si potrebbe fare nella programmazione delle attività di internazionalizzazione degli atenei, che possono attrarre da molte parti del mondo molti più studenti, ricercatori e talenti di quanto avvenga già ora.

L’attività di placement dei neolaureati potrebbe essere rafforzata, in collaborazione con le forze economiche e sociali, nonché con la rete dei servizi per l’impiego e le agenzie del lavoro, per seguire fino all’obiettivo i percorsi d’inserimento lavorativo al fine di mantenere il più possibile sul territorio i giovani, ma anche per attrarre laureati e ricercatori da altri atenei nazionali ed esteri, grazie all’attivazione delle reti interuniversitarie.

Ho fatto alcuni esempi di quello che potrebbe essere un lavoro possibile, realistico, ma quel che ci interessa oggi che con questa iniziativa stiamo contribuendo alla migliore definizione della proposta del Partito Democratico sui temi dell’Università e della Ricerca, è assumere l’importanza del ruolo dell’Università nelle Aree interne e la necessità di incentivare le forme di collaborazione, integrazione e rete tra Università nell’ambito dei contesti regionali e interregionali non metropolitani. In questo modo contribuiamo alla costruzione dell’alternativa politica e programmatica alla destra, sempre più urgente, consapevoli della necessità di tornare a parlare alle periferie esistenziali, sociali e geografiche del nostro Paese.

 




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