LA ZES NON BASTA
L’ultimo incontro della
rassegna “Prospettiva Territorio”, organizzata dal Comune di Fabriano, ha messo
a fuoco il tema Marche-Umbria, ragionando insieme ad autorevoli relatori sullo
stato dell’economia delle due regioni, confinanti in termini geografici,
omogenee dal punto di vista economico-sociale e culturale, in transizione entrambe
secondo la classificazione dell’Unione Europea.
Al centro della riflessione
sono stati i dati presentati da Raffaele Brancati, economista, presidente di
MET e della casa editrice Donzelli. L’indagine che MET conduce dal 2008, anno
dell’esplosione della grande crisi, su un campione di circa 25.000 imprese sul
territorio nazionale, ha riguardato nel 2025 ben 28.000 imprese dell’industria e
dei servizi alla produzione.
La ricerca, che si è conclusa
nel febbraio 2026, prima dell’esplosione del conflitto con l’Iran, ha valutato
quanto le imprese abbiano fatto propri i segnali anticipatori della
competitività, vale a dire innovazione, ricerca e internazionalizzazione che
rappresentano le leve della crescita.
Tra il 2011 e il 2017 vi è
stata una crescita significativa del dinamismo imprenditoriale, nonostante gli
effetti della grande crisi, mentre tra il 2017 e il 2019 si è registrato un
primo rallentamento, quindi gli anni del Covid e il rimbalzo successivo, e poi la
stagione del PNRR, contrassegnata da un forte investimento pubblico, anche
nella ricerca, e da una ampia disponibilità di accesso al credito.
Gli elementi di incertezza subentrati
hanno riguardato le criticità del quadro geopolitico e la progressiva mancanza
di competenze del capitale umano disponibile e di servizi ad alta
qualificazione per le PMI.
Dal punto di vista regionale,
negli anni ’20 del nuovo secolo, è possibile registrare una certa stasi per le
imprese del Centro-Nord, un recupero di quelle meridionali, Campania e Puglia
in testa, e una particolare difficoltà di Marche e Umbria.
Suddividendo le imprese in
statiche, intermedie e integrate, proprio in relazione alla assente o maggiore adozione
di strategie di crescita (innovazioni, R&S, mercati esteri, reti, etc.),
gli anni 2008-2025 hanno portato in prevalenza le imprese a scegliere strategie
più conservative. Nonostante le crisi di settore, come ad esempio
l’elettrodomestico o l’automotive, gli andamenti di mercato, sia in termini di
fatturato che di risultati di esercizio, si sono mossi in terreno positivo e il
numero di imprese con gestione aziendale positiva non è variato sensibilmente.
Per quanto riguarda, invece,
le Marche e l’Umbria risulta basso il numero di imprese che dichiarano di
svolgere attività di ricerca e sviluppo. Lo stesso per le imprese che
realizzano innovazioni di prodotto, di processo e organizzative. Le imprese
delle due regioni, poi, sono in controtendenza rispetto al resto d’Italia per quanto
riguarda la capacità di intercettare capitale umano idoneo per le attività di
R&S e innovazione; il 35,2% di quelle umbre e il 23,4% di quelle
marchigiane evidenziano una difficoltà in tal senso. In calo pure le imprese
esportatrici, con percentuali inferiori alla media nazionale. Lo stesso dicasi
per gli investimenti in ICT, mentre per quanto riguarda l’uso dell’Intelligenza
artificiale (AI) le imprese di Marche e Umbria sono in fondo alla classifica
delle regioni con l’11,3% di quelle umbre e il 7,6% delle marchigiane, rispetto
ad una media nazionale del 12,6%.
Il dato interessante è quello
dell’erogazione degli Aiuti di Stato alle imprese che, dopo i regimi speciali
indotti dalla crisi del Covid, si è progressivamente abbassata, non costituendo
peraltro un apporto significativo nei ¾ dei casi delle imprese che ne hanno
usufruito, dal momento che il valore medio delle erogazioni è stato di circa
15.000 euro ad impresa.
Questo aspetto deve indurre ad
una riflessione anche rispetto alle opportunità della ZES Marche-Umbria, che - aldilà
della semplificazione burocratica e dell’incentivo alle assunzioni - prevede
l’erogazione del credito d’imposta con percentuali basse (15% per le grandi
imprese, 25% per le medie e 35% per le piccole) e nemmeno finanziate al 100%
per via della carenza di risorse. La dotazione di risorse della ZES Unica per
il 2027 è, infatti, di 2,3 miliardi, solo 100 milioni in più dell’anno
precedente in cui le regioni Marche e Umbria erano ancora fuori dal fondo di
finanziamento specifico. Risorse che nel 2026 sono risultate insufficienti.
Anche per questo l’idea di
estendere la ZES a tutto il territorio nazionale, così come quella di
estenderla a tutti i codici Ateco e a tutto il territorio delle due regioni,
appare come un esercizio al ribasso e a pioggia che porterà a distribuire somme
non significative per lo sviluppo d’impresa. Per questo non si può prescindere
dalle politiche industriali, non tanto settoriali, ma di sostegno
all’innovazione, alla ricerca e sviluppo, all’export e alla costruzione di reti
e filiere.
Marche e Umbria sono da qualche tempo l’epicentro dell’arretramento della manifattura a livello nazionale e della difficoltà di fornire servizi ad elevata qualificazione, capaci di mettere le competenze giuste a disposizione del sistema imprenditoriale, specie delle imprese meno strutturate. Pensare alle politiche industriali soltanto in termini di Aiuti di Stato o di compensazione di punti di crisi aziendale non ci porterà lontano.

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