I PAESI MARCHIGIANI DI GIANNI COMPAGNONI



Sabato 30 maggio alle ore 17.00 a Treia (MC) presso l'Hotel Grimaldi sarà presentato il libro "Paesi del tempo e della memoria. Tesori delle Marche" di Gianni Compagnoni. Di seguito la mia prefazione al libro.

“Un paese ci vuole, / non fosse che per il gusto di / andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, / sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è / qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Questi versi di Cesare Pavese, tratti da “La luna e i falò’” (1949), sono forse tra i più belli che siano stati dedicati all’idea di paese. E ai paesi, quella della sua terra, è dedicata questa opera di Gianni Compagnoni.

Dopo i Borghi più belli, i Palazzi nobiliari della sua amata Treia e le Abbazie, il viaggio dell’autore non poteva non toccare i Paesi. Perché le Marche sono terra di paesi e Paese di paesi è l’Italia. L’Italia in una regione.

Quasi novello Enrico Dehò, l’autore che ne 1910 diede alle stampe la guida “Paesi marchigiani” recentemente riscoperta, Gianni Compagnoni ha perlustrato negli anni – quelli in particolare in cui il meritato riposo del pensionato glielo ha consentito più agevolmente – tutta la nostra regione.

È stato mosso da sincero amore verso quella che lui ritiene ogni volta una regione non adeguatamente valorizzata, perché poco conosciuta dai suoi stessi abitanti e vittima in qualche modo, più che di un senso della misura, di una modestia divenuta ormai insopportabile, sintomo di un provincialismo di ritorno da cui è urgente emanciparsi in maniera definitiva.

In questo suo viaggio egli ha scelto non la gente, non le piante, non la terra, ma il costruito, il colpo d’occhio rivolto ad un bene immobile, tutt’al più uno scorcio, dove si stagliasse comunque l’opera dell’uomo. Vista da un’angolatura particolare, con il foglio bianco, il pennino e la china, l’autore ha ritratto in una immagine, spesso in un unico soggetto, il simbolo e l’anima di un luogo.

E tanto è bastato per dare un’idea, prossima alla completezza, della rassegna che l’autore aveva in mente e con essa delle Marche sotto lo stesso tempo e lo stesso rispetto.

L’attenzione si è soffermata sulla piccola dimensione, ritenuta evidentemente la cifra marchigiana: il borgo, visto attraverso uno scorcio emblematico; il palazzo storico, colto nei dettagli del suo portale; l’abbazia, censita accuratamente nella prolifica diffusione che ha avuto in questa regione.

In questa serie non potevano mancare i paesi, quel loro pullulare nelle Marche da sempre Paese a sua volta – per dirla con Dante – di una straordinaria antropizzazione, distribuita in un pulviscolo di comunità, ognuna intenta a disegnare il proprio territorio in paesaggio e a competere operosamente con la comunità vicina.

Non per essere città che domina, ma paese – appunto – che non abbia di meno del confinante, per la soddisfazione e il buon vivere di chi vi abita e vi appartiene. Anche in questo caso, la scelta di Compagnoni è caduta su quelle bellezze architettoniche che identificano e distinguono un paese rispetto all’altro, esattamente come vorrebbe ciascun abitante del luogo individuato.

Protagonisti diventano, allora, i piccoli Comuni, quelli sotto ai cinquemila abitanti, che si è pensato negli anni passati di tutelare e promuovere anche con una legge nazionale (L.158/2017), presto caduta nel dimenticatoio, e che tantomeno hanno ricevuto benefici dalla “retorica dei borghi”, i quali per definizione sono “paesi che non ce l’hanno fatta”.

Eppure, nell’epoca del neo-urbanesimo metropolitano, delle gerarchizzazioni digitali, del dominio della finanza e delle concentrazioni oligarchiche, della pervasività della comunicazione che annulla ogni confine tra pubblico e privato, l’arte di Gianni Compagnoni indugia sul piccolo è bello, sul manufatto che è l’equilibrio tra uomo e natura, su ciò che residua e tuttavia riempie lo sguardo, sul particolare o il dettaglio che diventa emblema di una comunità di persone.

Anche di quelle che non ne fanno più parte, non tanto per una questione anagrafica, per essere, cioè, vite passate, quanto perché se ne sono andate altrove. Giovani che abbandonano i paesi, trascinati dalle grandi tendenze del proprio tempo e da una certa avidità strapaesana di chi non comprende quel che la comunità perde.

Quel “gusto di andarsene”, che è voglia di libertà e di scoperta del mondo, di realizzazione professionale e soddisfazione vitale, è oggi uno degli ingredienti dello spopolamento che rischia di decretare la fine di parecchi dei paesi che l’autore passa in rassegna.

Senza farsi sopraffare dal determinismo demografico, che vuole i demografi novelli alfieri di previsioni scientifiche inconfutabili, ma con l’acuta percezione che, se non si fa qualcosa, accogliendo lo straniero, garantendo il servizio al nascituro, costruendo l’opportunità in più per il giovane, l’opera dell’uomo resterà ad aspettare finché potrà.

Le chine qui raccolte, che in alcuni casi si arricchiscono dei “castellucci” di antiche città stato, come per Arcevia, Caldarola o San Severino Marche, non solo ci lasciano una testimonianza di bellezze ritratte prima del furioso sisma del 2016, diventando con ciò esempio per una ricostruzione giudiziosa, ma sono arricchite da minime notizie storiche che soddisfano la curiosità dell’ammiratore.

I Paesi marchigiani di Gianni Compagnoni rappresentano in definitiva la scelta delle radici, della fedeltà intergenerazionale e all’eredità che gli umani trascorsi inevitabilmente ci consegnano. Eredità che, volenti o nolenti, è in ciascuno di noi e che nel paese ha un terminus a quo che dà senso anche alle avventure del contemporaneo, a quelle solitudini ricercate o indotte, che puntualmente fanno pensare al proprio luogo di provenienza, sicuri che sia ancora lì ad aspettarci.

Anche quando, come cantava Sergio Endrigo nella struggente canzone 1947, “è troppo tardi per ritornare ormai, nessuno più mi riconoscerà” e “la sera è un sogno che non si avvera mai, essere un altro e invece sono io”.

L’autore di questo volume, che ha conosciuto l’andarsene da e il tornare nel proprio paese e che non a caso in questo lavoro ha riposto quasi il suggello del suo percorso artistico straordinariamente appassionato e ricco, ci lancia attraverso il tratto fine del suo disegno un messaggio forte di attaccamento alla terra e alla volontà di “essere un albero che sa dove nasce e dove morirà”.




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