I PAESI MARCHIGIANI DI GIANNI COMPAGNONI

“Un paese ci vuole, / non
fosse che per il gusto di / andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli,
/ sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è / qualcosa di tuo, che
anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Questi versi di Cesare Pavese,
tratti da “La luna e i falò’” (1949), sono forse tra i più belli che siano
stati dedicati all’idea di paese. E ai paesi, quella della sua terra, è
dedicata questa opera di Gianni Compagnoni.
Dopo i Borghi più belli, i
Palazzi nobiliari della sua amata Treia e le Abbazie, il viaggio dell’autore
non poteva non toccare i Paesi. Perché le Marche sono terra di paesi e Paese di
paesi è l’Italia. L’Italia in una regione.
Quasi novello Enrico Dehò, l’autore
che ne 1910 diede alle stampe la guida “Paesi marchigiani” recentemente riscoperta,
Gianni Compagnoni ha perlustrato negli anni – quelli in particolare in cui il
meritato riposo del pensionato glielo ha consentito più agevolmente – tutta la
nostra regione.
È stato mosso da sincero amore
verso quella che lui ritiene ogni volta una regione non adeguatamente
valorizzata, perché poco conosciuta dai suoi stessi abitanti e vittima in
qualche modo, più che di un senso della misura, di una modestia divenuta ormai
insopportabile, sintomo di un provincialismo di ritorno da cui è urgente
emanciparsi in maniera definitiva.
In questo suo viaggio egli ha
scelto non la gente, non le piante, non la terra, ma il costruito, il colpo
d’occhio rivolto ad un bene immobile, tutt’al più uno scorcio, dove si
stagliasse comunque l’opera dell’uomo. Vista da un’angolatura particolare, con
il foglio bianco, il pennino e la china, l’autore ha ritratto in una immagine, spesso
in un unico soggetto, il simbolo e l’anima di un luogo.
E tanto è bastato per dare
un’idea, prossima alla completezza, della rassegna che l’autore aveva in mente
e con essa delle Marche sotto lo stesso tempo e lo stesso rispetto.
L’attenzione si è soffermata
sulla piccola dimensione, ritenuta evidentemente la cifra marchigiana: il
borgo, visto attraverso uno scorcio emblematico; il palazzo storico, colto nei
dettagli del suo portale; l’abbazia, censita accuratamente nella prolifica
diffusione che ha avuto in questa regione.
In questa serie non potevano
mancare i paesi, quel loro pullulare nelle Marche da sempre Paese a sua volta –
per dirla con Dante – di una straordinaria antropizzazione, distribuita in un
pulviscolo di comunità, ognuna intenta a disegnare il proprio territorio in
paesaggio e a competere operosamente con la comunità vicina.
Non per essere città che
domina, ma paese – appunto – che non abbia di meno del confinante, per la
soddisfazione e il buon vivere di chi vi abita e vi appartiene. Anche in questo
caso, la scelta di Compagnoni è caduta su quelle bellezze architettoniche che
identificano e distinguono un paese rispetto all’altro, esattamente come vorrebbe
ciascun abitante del luogo individuato.
Protagonisti diventano,
allora, i piccoli Comuni, quelli sotto ai cinquemila abitanti, che si è pensato
negli anni passati di tutelare e promuovere anche con una legge nazionale (L.158/2017),
presto caduta nel dimenticatoio, e che tantomeno hanno ricevuto benefici dalla “retorica
dei borghi”, i quali per definizione sono “paesi che non ce l’hanno fatta”.
Eppure, nell’epoca del
neo-urbanesimo metropolitano, delle gerarchizzazioni digitali, del dominio
della finanza e delle concentrazioni oligarchiche, della pervasività della
comunicazione che annulla ogni confine tra pubblico e privato, l’arte di Gianni
Compagnoni indugia sul piccolo è bello, sul manufatto che è l’equilibrio tra
uomo e natura, su ciò che residua e tuttavia riempie lo sguardo, sul
particolare o il dettaglio che diventa emblema di una comunità di persone.
Anche di quelle che non ne
fanno più parte, non tanto per una questione anagrafica, per essere, cioè, vite
passate, quanto perché se ne sono andate altrove. Giovani che abbandonano i
paesi, trascinati dalle grandi tendenze del proprio tempo e da una certa
avidità strapaesana di chi non comprende quel che la comunità perde.
Quel “gusto di andarsene”, che
è voglia di libertà e di scoperta del mondo, di realizzazione professionale e
soddisfazione vitale, è oggi uno degli ingredienti dello spopolamento che
rischia di decretare la fine di parecchi dei paesi che l’autore passa in
rassegna.
Senza farsi sopraffare dal
determinismo demografico, che vuole i demografi novelli alfieri di previsioni
scientifiche inconfutabili, ma con l’acuta percezione che, se non si fa
qualcosa, accogliendo lo straniero, garantendo il servizio al nascituro,
costruendo l’opportunità in più per il giovane, l’opera dell’uomo resterà ad
aspettare finché potrà.
Le chine qui raccolte, che in
alcuni casi si arricchiscono dei “castellucci” di antiche città stato, come per
Arcevia, Caldarola o San Severino Marche, non solo ci lasciano una
testimonianza di bellezze ritratte prima del furioso sisma del 2016, diventando
con ciò esempio per una ricostruzione giudiziosa, ma sono arricchite da minime
notizie storiche che soddisfano la curiosità dell’ammiratore.
I Paesi marchigiani di Gianni
Compagnoni rappresentano in definitiva la scelta delle radici, della fedeltà intergenerazionale
e all’eredità che gli umani trascorsi inevitabilmente ci consegnano. Eredità
che, volenti o nolenti, è in ciascuno di noi e che nel paese ha un terminus
a quo che dà senso anche alle avventure del contemporaneo, a quelle
solitudini ricercate o indotte, che puntualmente fanno pensare al proprio luogo
di provenienza, sicuri che sia ancora lì ad aspettarci.
Anche quando, come cantava
Sergio Endrigo nella struggente canzone 1947, “è troppo tardi per
ritornare ormai, nessuno più mi riconoscerà” e “la sera è un sogno che non si
avvera mai, essere un altro e invece sono io”.
L’autore di questo volume, che
ha conosciuto l’andarsene da e il tornare nel proprio paese e che non a caso in
questo lavoro ha riposto quasi il suggello del suo percorso artistico straordinariamente
appassionato e ricco, ci lancia attraverso il tratto fine del suo disegno un
messaggio forte di attaccamento alla terra e alla volontà di “essere un albero
che sa dove nasce e dove morirà”.
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