LA CITTA’ APPENNINICA, UN PROGETTO DI TERRITORIO



Pubblichiamo in anteprima l'articolo che uscirà sulla rivista "Sassoferrato mia" nel numero di maggio-giugno 2026.


Quando nel mondo torna la guerra chi ha da temere sono i più deboli e i territori più fragili. È noto come essa sia una distruttrice di ricchezze e una spianatrice di differenze, ma - finché vige - la sua logica è esclusivamente quella gerarchica dei rapporti di forza e del potere dispersivo delle punte.

L’Europa che si concentra sulle politiche per la difesa comune e il riarmo distrae risorse dall’investimento per ridurre le disuguaglianze e per sostenere la transizione verso la sostenibilità.

L’Italia, il paese più vecchio tra i 27 dell’Unione europea, nel momento in cui il calo demografico tocca sensibilmente anche le aree urbane, rischia di diventare sorda al lamento delle piccole comunità che piano piano, ma inesorabilmente, stanno evaporando.

La prossima fine del PNRR, il piano di investimenti che ha sorretto finora l’economia nazionale e quella europea, chiude una fase di inedita disponibilità di risorse per l’intervento pubblico, senza che qualcosa sia stato programmato per il dopo, quando si tratterà - tra l’altro - di garantire la sostenibilità degli investimenti fatti.

Tutto questo ci dice che la traiettoria delle Aree interne del Paese e di una regione come le Marche, intrappolata in una sorta di sviluppo che non riesce a fare il balzo in avanti per uscire dalla transizione, presenta non poche incertezze.

Incertezze acuite dalla precarietà delle politiche pubbliche destinate a questi territori. Si agisce con improvvisazione e assenza di visione riformatrice. Nel caso delle Marche basterebbe citare l’esclusione di un Comune che si chiama Cupramontana dal novero dei Comuni cosiddetti “montani” per dire quanto sconclusionata sia stata la vicenda della nuova classificazione prevista dalla legge 131/2025 (“Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane”).

C’è da sperare che altrettanta confusione non nasca quando si andrà a discutere i criteri di vulnerabilità socioeconomica per destinare l’altra metà circa delle risorse stanziate dalla legge. Confusione e disorientamento che era stato generato anche dal Piano strategico nazionale per le Aree interne (PSNAI) del luglio 2025, in cui si sentenziava il declino demografico irreversibile di una parte dei territori interni con l’obiettivo evidente di concentrare l’uso di risorse scarse e di regionalizzare una strategia che, invece, dovrebbe essere estesa a tappe forzate a tutto il territorio nazionale interessato.

Nelle Marche, ad esempio, le risorse stanziate per le Aree interne dalla programmazione europea 2021-2027 sono state piegate ad un uso secondo il regolamento europeo STEP che mira a sostenere le tecnologie critiche in Europa (deep tech, clean tech, biotech) con l’obiettivo di aumentare la competitività e l’autonomia strategica. Evidentemente dalle Aree interne ci si aspetta quando poco e quando troppo…

Sempre restando alle Marche potremmo citare la drastica riduzione di risorse ai sei Gruppi di Azione Locale (GAL) della regione, oppure il mancato finanziamento da parte della Regione delle Green Communities, selezionate dal bando nazionale del PNRR, o ancora l’iniziativa di estendere il credito d’imposta della Zona economica speciale alle aree industriali al di fuori del territorio previsto dalla Carta degli aiuti regionali, vanificando così lo stesso strumento della ZES nella riduzione dei divari territoriali.

Se vogliamo mettere a fuoco la ricostruzione dell’area del cratere sismico potremmo segnalare la necessità, ormai, di fare un bilancio serio dell’esperienza del Programma Next Appennino per il rilancio socioeconomico delle comunità colpite dal terremoto del 2016, al netto del mancato e più volte promesso rifinanziamento del Programma stesso, oppure l’opaco fallimento del Contratto istituzionale di sviluppo (CIS), o ancora la riduzione al lumicino delle risorse per il rifinanziamento della Zona franca urbana (ZFU) a sostegno delle imprese.

Negli ultimi anni le uniche risorse nuove in tema di ricostruzioni sono arrivate per l’alluvione del 2022, per tutto il resto si procede ancora con quanto stanziato dai Governi Conte II e Draghi.

A fronte di tutto questo è evidente come la politica regionale dei borghi sia del tutto insufficiente, oltreché regressiva. I borghi sono “i paesi che non ce l’hanno fatta”, dove non esistono servizi, né opportunità. Alle Aree interne non servono azioni compensative o alberghi diffusi, servono opportunità di sviluppo e servizi essenziali, in primo luogo per chi vi abita. Un conto, poi, è tradurre nella suggestione turistica dei “borghi” il policentrismo dell’“unica regione al plurale” e dell’“Italia in una regione”, un altro conto è finanziare preferenzialmente i Comuni sotto i 5.000 abitanti, dimenticando il ruolo storico delle piccole e medie città-territorio nella tenuta e nello sviluppo diffuso della regione.

L’idea della “Città appenninica” nasce da questo insieme di riflessioni. Dalla percezione che la direzione prospettica delle aree più fragili e marginali del Paese sia fortemente problematica, che all’illusione del “borgo” occorra in realtà rispondere rilanciando le politiche di “territorio”, che uno sviluppo declinato prioritariamente sul turismo sia effimero e che, invece, bisogna coltivare un paesaggio di pluriattività che tenga insieme manifattura culturale e sostenibile, cura della persona, formazione di qualità, agricoltura e servizi ecosistemici, servizi culturali e turistici, infrastrutture e reti, viarie, digitali ed energetiche, con una forte attenzione alle compatibilità ambientali.

Altrimenti le Aree interne sono destinate ad essere la riserva indiana e - come capita sempre più di frequente - il ricettacolo di ciò che opportunisticamente le aree urbane e costiere espellono dal proprio perimetro per opportunismo e ragioni di consenso (impianti energetici impattanti, impianti per lo smaltimento dei rifiuti, industrie insalubri, etc.).

Per questo occorre una strategia di area vasta, che faccia dialogare e collaborare comunità e territori, oltre i confini amministrativi, e che disegni un’armatura di servizi e luoghi delle opportunità in un raggio di spostamenti tempo dipendenti capace di offrire al cittadino di un’area interna le stesse condizioni materiali e immateriali di vita di un abitante della costa o di un’area urbana, anzi con una migliore qualità e un rapporto uomo-natura più ricco ed equilibrato.

La “Città appenninica” è questa “metafora di progetto” che punta a diventare una “piattaforma territoriale”, mettendosi in mezzo tra la cura lenticolare del territorio e le dinamiche dei flussi e provando a declinare attraverso politiche di territorio alcuni progetti di sviluppo sostenibile fondati sulla cooperazione orizzontale, in un quadro purtroppo contrassegnato da sfarinamento delle politiche (aree interne, montagna, piccoli Comuni) e da svuotamento/frammentazione istituzionale (Comuni pulviscolo, Unioni montane, enti Parco, Province, proliferazione di enti funzionali).

La “Città appenninica” è un tentativo di governance territoriale che agisce attraverso coalizioni progettuali e che nel caso dell’Appennino umbro-marchigiano si fonda sulle geografie delle fasce pedemontane delle Marche e dell’Umbria, oggi innervate dal sistema infrastrutturale del “Quadrilatero di penetrazione interna” alle due regioni e dal necessario completamento della Pedemontana delle Marche.

È questo il sistema territoriale nel quale le città piccole e medie d’Appennino assumono un ruolo nuovo di co-programmazione e co-progettazione, ad esempio in quel corridoio morfologico, ambientale e culturale che da Camerino arriva a Cagli e che è perpendicolare a quello che collega i due capoluoghi regionali di Ancona e Perugia, connessi a loro volta alla rete più ampia dei grandi flussi della mobilità del centro Italia.

In definitiva è questo il contesto in cui si dibattono le riflessioni contenute nel libro “La Città appenninica. Cronache dalla ricostruzione” (Il Lavoro editoriale 2025), sul cui giudizio mi affido alla bontà di chi avrà voglia di leggerlo.

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