LA CITTA’ APPENNINICA, UN PROGETTO DI TERRITORIO
Quando nel mondo torna la
guerra chi ha da temere sono i più deboli e i territori più fragili. È noto
come essa sia una distruttrice di ricchezze e una spianatrice di differenze, ma
- finché vige - la sua logica è esclusivamente quella gerarchica dei rapporti
di forza e del potere dispersivo delle punte.
L’Europa che si concentra
sulle politiche per la difesa comune e il riarmo distrae risorse
dall’investimento per ridurre le disuguaglianze e per sostenere la transizione
verso la sostenibilità.
L’Italia, il paese più vecchio
tra i 27 dell’Unione europea, nel momento in cui il calo demografico tocca
sensibilmente anche le aree urbane, rischia di diventare sorda al lamento delle
piccole comunità che piano piano, ma inesorabilmente, stanno evaporando.
La prossima fine del PNRR, il
piano di investimenti che ha sorretto finora l’economia nazionale e quella
europea, chiude una fase di inedita disponibilità di risorse per l’intervento
pubblico, senza che qualcosa sia stato programmato per il dopo, quando si
tratterà - tra l’altro - di garantire la sostenibilità degli investimenti
fatti.
Tutto questo ci dice che la
traiettoria delle Aree interne del Paese e di una regione come le Marche,
intrappolata in una sorta di sviluppo che non riesce a fare il balzo in avanti
per uscire dalla transizione, presenta non poche incertezze.
Incertezze acuite dalla
precarietà delle politiche pubbliche destinate a questi territori. Si agisce
con improvvisazione e assenza di visione riformatrice. Nel caso delle Marche
basterebbe citare l’esclusione di un Comune che si chiama Cupramontana dal novero
dei Comuni cosiddetti “montani” per dire quanto sconclusionata sia stata la
vicenda della nuova classificazione prevista dalla legge 131/2025
(“Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane”).
C’è da sperare che altrettanta
confusione non nasca quando si andrà a discutere i criteri di vulnerabilità
socioeconomica per destinare l’altra metà circa delle risorse stanziate dalla
legge. Confusione e disorientamento che era stato generato anche dal Piano
strategico nazionale per le Aree interne (PSNAI) del luglio 2025, in cui si
sentenziava il declino demografico irreversibile di una parte dei territori
interni con l’obiettivo evidente di concentrare l’uso di risorse scarse e di
regionalizzare una strategia che, invece, dovrebbe essere estesa a tappe
forzate a tutto il territorio nazionale interessato.
Nelle Marche, ad esempio, le
risorse stanziate per le Aree interne dalla programmazione europea 2021-2027 sono
state piegate ad un uso secondo il regolamento europeo STEP che mira a
sostenere le tecnologie critiche in Europa (deep tech, clean tech, biotech) con
l’obiettivo di aumentare la competitività e l’autonomia strategica.
Evidentemente dalle Aree interne ci si aspetta quando poco e quando troppo…
Sempre restando alle Marche
potremmo citare la drastica riduzione di risorse ai sei Gruppi di Azione Locale
(GAL) della regione, oppure il mancato finanziamento da parte della Regione
delle Green Communities, selezionate dal bando nazionale del PNRR, o ancora
l’iniziativa di estendere il credito d’imposta della Zona economica speciale
alle aree industriali al di fuori del territorio previsto dalla Carta degli
aiuti regionali, vanificando così lo stesso strumento della ZES nella riduzione
dei divari territoriali.
Se vogliamo mettere a fuoco la
ricostruzione dell’area del cratere sismico potremmo segnalare la necessità,
ormai, di fare un bilancio serio dell’esperienza del Programma Next Appennino
per il rilancio socioeconomico delle comunità colpite dal terremoto del 2016,
al netto del mancato e più volte promesso rifinanziamento del Programma stesso,
oppure l’opaco fallimento del Contratto istituzionale di sviluppo (CIS), o
ancora la riduzione al lumicino delle risorse per il rifinanziamento della Zona
franca urbana (ZFU) a sostegno delle imprese.
Negli ultimi anni le uniche
risorse nuove in tema di ricostruzioni sono arrivate per l’alluvione del 2022,
per tutto il resto si procede ancora con quanto stanziato dai Governi Conte II
e Draghi.
A fronte di tutto questo è
evidente come la politica regionale dei borghi sia del tutto insufficiente, oltreché
regressiva. I borghi sono “i paesi che non ce l’hanno fatta”, dove non esistono
servizi, né opportunità. Alle Aree interne non servono azioni compensative o
alberghi diffusi, servono opportunità di sviluppo e servizi essenziali, in
primo luogo per chi vi abita. Un conto, poi, è tradurre nella suggestione turistica
dei “borghi” il policentrismo dell’“unica regione al plurale” e dell’“Italia in
una regione”, un altro conto è finanziare preferenzialmente i Comuni sotto i
5.000 abitanti, dimenticando il ruolo storico delle piccole e medie
città-territorio nella tenuta e nello sviluppo diffuso della regione.
L’idea della “Città
appenninica” nasce da questo insieme di riflessioni. Dalla percezione che la
direzione prospettica delle aree più fragili e marginali del Paese sia
fortemente problematica, che all’illusione del “borgo” occorra in realtà
rispondere rilanciando le politiche di “territorio”, che uno sviluppo declinato
prioritariamente sul turismo sia effimero e che, invece, bisogna coltivare un
paesaggio di pluriattività che tenga insieme manifattura culturale e
sostenibile, cura della persona, formazione di qualità, agricoltura e servizi
ecosistemici, servizi culturali e turistici, infrastrutture e reti, viarie,
digitali ed energetiche, con una forte attenzione alle compatibilità
ambientali.
Altrimenti le Aree interne
sono destinate ad essere la riserva indiana e - come capita sempre più di
frequente - il ricettacolo di ciò che opportunisticamente le aree urbane e
costiere espellono dal proprio perimetro per opportunismo e ragioni di consenso
(impianti energetici impattanti, impianti per lo smaltimento dei rifiuti,
industrie insalubri, etc.).
Per questo occorre una
strategia di area vasta, che faccia dialogare e collaborare comunità e
territori, oltre i confini amministrativi, e che disegni un’armatura di servizi
e luoghi delle opportunità in un raggio di spostamenti tempo dipendenti capace
di offrire al cittadino di un’area interna le stesse condizioni materiali e
immateriali di vita di un abitante della costa o di un’area urbana, anzi con
una migliore qualità e un rapporto uomo-natura più ricco ed equilibrato.
La “Città appenninica” è
questa “metafora di progetto” che punta a diventare una “piattaforma
territoriale”, mettendosi in mezzo tra la cura lenticolare del territorio e le
dinamiche dei flussi e provando a declinare attraverso politiche di territorio alcuni
progetti di sviluppo sostenibile fondati sulla cooperazione orizzontale, in un
quadro purtroppo contrassegnato da sfarinamento delle politiche (aree interne,
montagna, piccoli Comuni) e da svuotamento/frammentazione istituzionale (Comuni
pulviscolo, Unioni montane, enti Parco, Province, proliferazione di enti
funzionali).
La “Città appenninica” è un tentativo
di governance territoriale che agisce attraverso coalizioni progettuali e
che nel caso dell’Appennino umbro-marchigiano si fonda sulle geografie delle
fasce pedemontane delle Marche e dell’Umbria, oggi innervate dal sistema
infrastrutturale del “Quadrilatero di penetrazione interna” alle due regioni e dal
necessario completamento della Pedemontana delle Marche.
È questo il sistema
territoriale nel quale le città piccole e medie d’Appennino assumono un ruolo nuovo
di co-programmazione e co-progettazione, ad esempio in quel corridoio
morfologico, ambientale e culturale che da Camerino arriva a Cagli e che è
perpendicolare a quello che collega i due capoluoghi regionali di Ancona e
Perugia, connessi a loro volta alla rete più ampia dei grandi flussi della
mobilità del centro Italia.

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