DI ALCUNE IRRAZIONALITA’ DELLA POLITICA REGIONALE
La nuova legislatura regionale
si è aperta all’insegna della continuità politica, con la riconferma del
centrodestra a trazione Fratelli d’Italia e con una squadra di governo nuova
nella quale la figura del Presidente è garante della esperienza e della
prospettiva.
Come spesso succede nei
secondi mandati la percezione diffusa è che la direzione di marcia sia affidata
integralmente al Presidente, anche se stentano ad emergere con nitidezza le
priorità programmatiche e le modalità con cui affrontarle.
Sanità e giovani sono quelle su
cui si concentra pubblicamente la comunicazione, intendendo con la prima la
risoluzione delle questioni che il sistema si trascina dietro da tempo e che si
sono via via aggravate (carenza di personale, liste d’attesa, completamento
degli investimenti del PNRR) e con la seconda il tentativo di frenare
l’emorragia di giovani che lasciano la nostra regione dopo che qui si sono
formati.
In verità il quadro delle
problematiche che le Marche hanno di fronte è molto più ampio e complesso, a
partire dalla situazione economica e sociale, dalle difficoltà crescenti del
nostro tessuto produttivo di fronte alla situazione internazionale, pensiamo
soltanto all’impatto del costo dell’energia sulle piccole imprese
manifatturiere, per finire con la qualità dei servizi, ad esempio quelli a
rete, la cui frammentazione fa pagare un costo alto in termini di efficienza e
sostenibilità all’intera comunità regionale.
In più, dopo l’esplosione
dello scandalo delle sacche di plasma in sanità e l’esito del referendum sulla
giustizia, che ha evidenziato la persistenza di un capitale politico regionale
alternativo alla destra, a cui basterebbe offrire una proposta politica
credibile, la strada della legislatura regionale sembra essersi messa in
salita.
Il test amministrativo di
maggio potrà dare qualche elemento ulteriore per capire quello che sta
avvenendo e quale sarà il rullino di marcia in prospettiva.
Resta il fatto che alcune
vicende di questi primi sei mesi di vita stanno mettendo in luce una certa
irrazionalità che serpeggia nel dibattito regionale.
Partiamo da due questioni che
erano state al centro della campagna elettorale. Il Piano dei rifiuti e la ZES.
Sul primo si stenta a prendere coscienza del fatto che la regione è in
emergenza per quanto riguarda la capacità di smaltimento dei rifiuti e che
questa emergenza è frutto dell’immobilismo degli ultimi anni. Una situazione
che non aveva mai riguardato la regione nel suo complesso, ma ora ci siamo dentro.
Si corre dietro la “lepre di pezza” del termovalorizzatore come risolutore di
tutti i problemi, ma se andrà bene ci sarà tra dieci anni. Pensiamo soltanto al
fatto che l’Amministrazione di Roma Capitale, che ha deciso tra i primi suoi atti
di realizzare il termovalorizzatore, in cinque anni di governo stabile non ne ha
iniziato ancora la costruzione e se tutto va bene lo avrà entro il 2030. Nel
nostro caso che cosa si fa in attesa del 2035?
Sulla ZES si sta operando
alacremente per vanificarne gli effetti. In questo caso anche con il supporto
dell’opposizione. Uno strumento nato per rilanciare lo sviluppo di aree in
difficoltà e già attivo sull’intero territorio regionale per quanto riguarda
gli strumenti di semplificazione autorizzatoria e di incentivo alle assunzioni,
lo si vuol omologare anche per quanto riguarda l’incentivo all’insediamento di
nuove imprese, come se in questa regione le aree interne, quelle del sisma del
2016 e quelle dichiarate di crisi complessa fossero uguali a quelle che di
questi problemi non soffrono. Nessuna contrarietà alla revisione della Carta
degli aiuti regionali per la nuova programmazione 2028-2034, ma su quali basi e
con quali criteri? La ZES può essere uno strumento importante per ridurre i
divari territoriali e la doppia velocità dello sviluppo regionale, per
costruire cioè una regione più equilibrata e proprio per questo più dinamica.
Ma non si sta procedendo in questa direzione, tutt’altro.
A queste due vicende possiamo
aggiungere la nuova classificazione dei Comuni montani voluta dalla legge 131/2025
sulla montagna. Un vero e proprio pasticcio, a cui la Regione Marche ha dato il
suo contributo. Sono stati adottati criteri senza senso, producendo un’inutile
lacerazione istituzionale. Per esemplificare il tutto basterebbe dire che un
Comune che si chiama Cupramontana è stato escluso. Si è voluta riesumare
l’antica quaestio su dove finisce la collina e dove inizia la montagna,
quando esisteva una classificazione chiara e condivisa, quella della Strategia
nazionale delle Aree interne, che già includeva tutti i Comuni montani, o
quanto meno tutti quelli che hanno i problemi tipici dei Comuni montani, ossia
di accessibilità ai servizi fondamentali (sanità, mobilità, istruzione). Si
sarebbe potuto ripartire le risorse della nuova legge sui Comuni già
classificati montani che rientravano nella SNAI e in questo modo si sarebbe
potenziata anche la Strategia, dando una risposta concreta al rischio di avere
cittadini di serie B. Ora siamo in attesa della nuova diatriba che si aprirà
sulla definizione dei criteri di vulnerabilità economico-sociale sulla cui base
ripartire le rimanenti risorse della legge.
Infine, una battuta sulla
nomina di Ancona a Capitale italiana della Cultura 2028. Chapeau! Ma siamo
sicuri di meritarcelo? Nel 2024 Pesaro Capitale italiana della Cultura, quattro
anni dopo Ancona. Per carità, tutto bene, ci mancherebbe. Ma se penso a Catania
e ad altre città che hanno concorso, me lo chiedo. Quanto, nella designazione
del vincitore, incide la volontà politica e quanto l’effettivo merito? Possiamo
veramente pensare che nel giro di quattro anni, la nostra regione abbia espresso delle
eccellenze tali da far rimanere al palo le città di altre 19 regioni? Ho qualche dubbio, ma
del resto non sono mai stato un fan dei concorsi di bellezza.

Commenti
Posta un commento