La “Città appenninica”. L’On. Irene Manzi interviene sull’ultimo libro di Daniele Salvi





Con la “Città appenninica. Cronache dalla ricostruzione” (Il Lavoro editoriale 2025) Daniele Salvi torna a parlare di Marche cercando di stimolare una nuova riflessione dopo quella condotta nel precedente volume dedicato alla “Post Regione”. Una nuova occasione per tornare a ragionare intorno alle trasformazioni subite dalla regione “metalmezzadra” dopo la crisi economica del 2008, il fallimento di Banca Marche, il terremoto del 2016-2017 e la pandemia del 2020.  

Un intervallo temporale non breve che ha trasformato nel profondo interi territori della regione, con la chiusura di aziende importanti, un impoverimento generalizzato e la messa in crisi di un modello non solo economico, ma anche sociale, che ha reso a lungo le Marche un esempio virtuoso e vincente nel Paese. Come fatto con il precedente volume, anche questo - che raccoglie articoli e riflessioni pubblicate dall’autore - non si limita ad una semplice presa d’atto delle conseguenze di quasi 20 anni di trasformazioni radicali e di un terremoto, non solo geologico, ma economico e sociale, ma prova ad andare più a fondo,  individuando soluzioni possibili alla crisi, chiavi di lettura del difficile processo di ricostruzione materiale dei territori colpiti dal sisma, allargando lo sguardo a fenomeni più generalizzati - come lo spopolamento ed il calo demografico - che toccano le Marche come gran parte del nostro Paese. Un processo di spopolamento che dovrebbe rappresentare la prima vera questione politica nazionale su cui concentrarsi, se si pensa - ad esempio- che nel prossimo decennio l’Italia perderà circa un milione di studenti e studentesse, con conseguenze a cascate sulle scuole dei territori più interni e sulle opportunità di vita in numerose realtà locali della nostra regione.

Un’emergenza di fronte alla quale occorrerebbe adottare con convinzione una strategia che non accompagni questi territori ad un “inarrestabile declino” - come suggerito dal governo Meloni nel nuovo Piano strategico per le aree interne - ma che rilanci e riattualizzi con forza lo spirito che aveva animato l’agenda Barca e l’originaria Strategia nazionale aree interne.

Il volume offre, quindi, spunti problematici che avrebbero, forse, potuto ispirare maggiormente la proposta politica delle forze progressiste durante la campagna elettorale per le regionali 2025, cercando di mettere a fuoco - fuori dalla semplice propaganda politica - nuovi obiettivi di sviluppo per una regione che sta affrontando un processo di trasformazione non ancora compiuto e che deve scegliere quale strada intraprendere dopo un ventennio così complesso e difficile.  Obiettivo dell’analisi - per ammissione dello stesso autore- è quello di cercare di focalizzare l’attenzione su soluzioni che provino a far uscire le Marche dalla condizione di regione in transizione, contrastando la deindustrializzazione delle aree interne per ritornare tra le regioni in stretto rapporto con le aree più sviluppate del Paese e in connessione con quella macro regione di mezzo - rappresentata da Umbria e Toscana - a cui, fino al terremoto 2016/2017, le istituzioni politiche regionali guardavano. Per questo motivo nel complesso processo di ricostruzione del territorio regionale dopo il sisma - per il quale è indispensabile ricordare l’ingente impegno economico, pari a quasi 8 miliardi di euro, messo in atto dai governi Conte e Draghi (e mai più replicato dall’esecutivo Meloni) e il lavoro prezioso e determinante del Commissario straordinario Giovanni Legnini - occorre superare la tentazione di scorciatoie o di modelli di sviluppo fondati solo sul turismo o sulla retorica del borgo musealizzato per abbracciare la sfida della sostenibilità, dei temi della casa, del diritto allo studio, del trasporto pubblico locale e dei servizi pubblici fondamentali (come acqua e rifiuti), dell’accessibilità digitale, delle energie rinnovabili e dello sviluppo urbano sostenibile.

Temi fondamentali per una regione in crisi di identità e per un territorio - quello delle aree interne - che vive il dramma dello spopolamento e della perdita di attrattività.  In questa sfida epocale, Salvi suggerisce allora, in primo luogo, di non sprecare l’opportunità rappresentata dalle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza e del Programma “Next Appennino”  sollecitando gli amministratori locali, le associazioni di categoria, le università, i professionisti privati e - aggiungo io - le istituzioni sovracomunali a superare una visione esclusivamente localistica e di campanile per lavorare in maniera intensa e spedita su un progetto più generale e di prospettiva, ponendo, ad esempio, l’attenzione, anziché su misure spot, su una strategia di crescita e consolidamento di quelle che definisce “città perno” di territori fragili, come Fabriano ad esempio, su cui concentrare servizi fondamentali così da farne perno per i cittadini delle aree interne limitrofe in termini di servizi  e da creare contesti favorevoli allo sviluppo economico.  

Nella sua analisi Salvi evidenzia, infatti, la necessità di adottare una visione dello sviluppo sostenibile dell’area appenninica fondata su un’economia plurale costituita da infrastrutture e reti a servizio di chi vive nelle aree interne, su settori strategici come il manifatturiero, su servizi e funzioni terziarie che, per essere efficienti, devono essere aggregate e fruibili in tempi certi, sfruttando anche le opportunità delle connessioni digitali.   Dalla “Post Regione” l’attenzione dell’autore si sposta allora - sempre in una riflessione condotta intorno alla creazione di nuove opportunità di sviluppo marchigiano - sulla “Città appenninica”, luogo di cerniera tra le aree più interne e la costa, toccata anch’essa da crisi economica e sociale, ma su cui provare ad applicare e sperimentare soluzioni produttive nuove per uscire dalle secche di una perenne transizione, evitando così di disperdere lo spirito  che aveva animato la stagione post Covid del Piano di ripresa e resilienza. Senza rimettere al centro la questione dei divari territoriali, della dotazione di servizi, delle opportunità lavorative e di sviluppo in aree dove vivere equivale, spesso, a diritti di cittadinanza menomati, sarà impossibile rilanciare la crescita della regione, favorirne uno sviluppo sostenibile capace di ricucire le aree più sviluppate con quelle più ai margini, uscire da una crisi che ha prodotto impoverimento dei redditi e delle opportunità lavorative. E che ha determinato - evidenzia Salvi - per le forze progressiste quella “vendetta dei luoghi che non contano” che si è tradotta nel 2020 come, purtroppo, anche nel 2025 in una sconfitta elettorale.  Allora la sollecitazione è provare - proprio per le forze progressiste - sin da ora a recuperare il tempo perso, uscire da logiche localistiche e di campanile e progettare un futuro diverso per la regione plurale, per far sì che quella pluralità non diventi una Babilonia di voci e progetti, ma un coro armonico in grado di rimettere le Marche al centro delle traiettorie dello sviluppo e nel cuore della macroregione delle terre di mezzo. 


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