La Città Appenninica: utopia necessaria o progetto possibile? (Recensione a: Daniele Salvi, "La Città Appenninica. Cronache dalla ricostruzione" di Fulvio Esposito)




C'è un paradosso nel titolo del libro di Daniele Salvi: la "Città appenninica" non esiste. O meglio, non ancora. È un luogo-nonluogo, un'utopia nel senso più nobile del termine – quello di Oscar Wilde quando scriveva che "una mappa del mondo che non includa l'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo". Eppure, questa utopia potrebbe diventare necessità, se l'Appennino marchigiano vuole evitare di trasformarsi definitivamente in un museo a cielo aperto dove transitano, frettolosi e distratti, episodici visitatori.

Il volume raccoglie scritti che spaziano dal 2021 al 2025, il periodo cioè che coincide con il primo quinquennio del governo di destra nelle Marche, dopo 50 anni di centro-centrosinistra. Attraverso questa cronaca emerge – o, almeno, questa è la mia impressione – una evoluzione significativa nel pensiero dell'autore: dai primi testi, ancora permeati da una convinta adesione al "modello marchigiano" fondato sulla manifattura e sullo slogan "piccolo è bello", Salvi muove progressivamente verso una visione più critica e innovativa. Non si tratta di gettare via la manifattura, ma di re-interpretarla attraverso "la co-esistenza di antichi mestieri e nuove tecnologie" una re-interpretazione, una versione 2.0 del ‘metalmezzadro’ della seconda metà del secolo scorso.

Policentrismo contro campanilismo

Il cuore della proposta di Salvi è il policentrismo: la Città appenninica come sistema integrato di città medio-piccole e piccolissime: Fabriano, Gubbio, Camerino, Foligno come vertici di un quadrilatero, all’interno del quale "superare i mille localismi" per diventare qualcosa di più di "una lista di campanili". È un'idea ambiziosa che si scontra con la realtà frammentata del territorio, ma che l'autore presenta non come una fantasia, bensì come unica alternativa al declino.

Salvi non risparmia critiche a due miti che hanno dominato il dibattito pubblico negli ultimi anni. Primo bersaglio di una critica che non è mai pregiudiziale, ma basata su evidenze nazionali e internazionali, è la retorica dei borghi, liquidata con una frase lapidaria: "I borghi sono, per definizione, paesi che non ce l'hanno fatta". Questa "idea regressiva e nostalgica", sposata entusiasticamente dalla destra oggi al governo, ma coltivata anche dai governi precedenti, fa "sperperare risorse pubbliche senza cambiare il destino delle aree interne".

Secondo bersaglio è il turismo come panacea. Con un'immagine efficace, Salvi lo paragona a un paracadute: può rallentare la caduta, ma non impedirla. Le vere prospettive di sviluppo stanno altrove – nella filiera bosco-legno, nelle produzioni agrozootecniche, nei servizi ecosistemici – settori trascurati a favore della declamazione velleitaria delle "potenzialità turistiche del più piccolo comune come affermazione di un'identità originaria e rassicurante".

Ricostruzione senza partecipazione

Ampio spazio è dedicato alla ricostruzione post-sisma. E dal ‘racconto’ che ne fa Salvi emerge una lacuna fondamentale: il mancato coinvolgimento delle comunità. Sui tre livelli che classicamente descrivono il rapporto tra decisori e cittadini (comunicazione, consultazione, partecipazione), nei territori colpiti dalla sequenza sismica 2016-2017 ci si è fermati al primo, raramente si è raggiunto il secondo, praticamente mai si è vista la partecipazione vera, quella che si organizza davanti al foglio bianco, prima cioè che il progetto venga disegnato e addirittura immaginato. La ricostruzione in corso non è frutto del necessario processo di co-creazione: una grave responsabilità che ricade su tutti i Commissari straordinari che si sono succeduti, quelli che hanno fatto, quelli che hanno vivacchiato e quelli che hanno raccontato di fare, ma anche sulle amministrazioni regionali e comunali.

Due tesi "non scontate" meritano attenzione. La prima riguarda un'Europa che appare non più solidale: dopo le politiche di coesione territoriale e il Next Generation EU (che in Italia ha preso le forme del PNRR) finanziato con il debito comune, l'Unione appare oggi sempre più preda di nazionalismi e corse al riarmo, un ulteriore fattore di rischio per le aree interne. La seconda concerne la politica dell'accoglienza come unico antidoto all'inverno demografico. Salvi correttamente individua nell'insediamento stabile delle maestranze arrivate da lontano per la ricostruzione "una grande opportunità a portata di mano".

Un'autocritica necessaria

Negli scritti più recenti, Salvi analizza criticamente i primi anni del governo regionale di destra, rimproverandogli – a dispetto delle dichiarazioni roboanti sulla discontinuità – una "sostanziale continuità" con le gestioni precedenti. Ma questa osservazione contiene un'implicita autocritica: se la destra, in continuità con le politiche precedenti, dimostra la sua incapacità di affrontare le cause del declino, significa che anche quelle politiche erano inadeguate.

E i fatti lo dimostrano, con numeri impietosi. Dal 2013 al 2020, si è assistito nelle Marche a una "complessiva rarefazione e dequalificazione dei servizi essenziali". Utilizzando definizioni e tassonomie della SNAI (Strategia Nazionale per le Aree Interne), i Comuni-polo – quelli, cioè, dotati dei servizi essenziali in ambito di sanità, istruzione e collegamenti – si sono quasi dimezzati, passando da 19 a 11, quelli periferici e ultra-periferici (privi di servizi) sono aumentati da 25 a 42. Urbino, ad esempio, è diventata comune ‘intermedio’ e Fabriano addirittura periferico. Le persone "servite meglio" sono diminuite di 120.000 unità, quelle malservite sono aumentate di 85.000.

Questa “rarefazione e dequalificazione”, in altre parole questo impoverimento non è un fenomeno recente né improvviso, ma si è sviluppato e consolidato nel tempo, con impatto pesante anche sulla rappresentanza politica. Salvi ricorda che già nel 2015 si recò al voto regionale meno della metà degli aventi diritto, e Luca Ceriscioli fu eletto Presidente con i voti di un marchigiano su cinque, cioè la stessa proporzione che ha sostenuto Ricci nella recente sconfitta. Il problema non è solo tattico-elettorale: riguarda la credibilità di chi, amministrando ininterrottamente fin dall’istituzione della Regione (1970), aveva promesso di far contare i territori marginalizzati e le persone che li abitano e non ha mantenuto la promessa.

L'autore usa un'espressione efficace, introdotta da Andres Rodriguez-Pose: "la vendetta dei luoghi che non contano". La ‘vendetta’ di questi luoghi, attraverso le persone che li abitano, si esercita o attraverso l’astensione o indirizzando il proprio voto lontano da chi non ha mantenuto le promesse, da chi ha anteposto i bilanci ai diritti costituzionali alla salute, all’istruzione, al lavoro. In una parola all’uguaglianza, indipendente dai luoghi in cui si vive.

Le aree interne sono diventate – scrive Salvi con drammatica efficacia – “luoghi dove è impossibile nascere e si può soltanto morire". La causa? L'aver perseguito "il rigore dell'austerity monetarista", costruendo bilanci che condizionano l'esercizio dei diritti invece di garantirli.

Conclusioni

"La Città Appenninica" è un libro necessario, ricco di dati e passione civile. Non offre ricette facili né nasconde le responsabilità di chi ha governato. La sua forza sta nell'indicare un orizzonte – quell’utopia che, come scriveva Wilde, è il luogo dove l'umanità approda sempre per poi guardare oltre.

Salvi invoca "una classe dirigente che non critichi i nuovi modelli di sviluppo, ma provi ad attuarli, se ne è capace". Un monito che vale per tutti: destra incapace di innovare e sinistra che ha perso credibilità. La sfida è ricostruire non solo gli edifici, ma rammendare un patto sociale sfibrato.

Per farlo, serve guardare lontano, a quell'isola dove abitano le utopie, "perché il progresso è la realizzazione delle utopie". Resta da capire se l'Appennino marchigiano avrà la forza – e la classe dirigente – per trasformare questa utopia in progetto.


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